giovedì 19 aprile 2018

Filosofia del buddhismo zen di Byung-Chul Han





Byung-Chul Han scrive questo libro sul buddhismo zen che rappresenta nel complesso puzzle della società contemporanea, descritto nei suoi altri libri, una via di fuga. La società della stanchezza dipinge una società caratterizzata da un eccesso di produzione, prestazione e lavoro. Qui il buddhismo zen era presentato come la non azione, ossia il fermarsi meditativo e l'accesso ad una nuova forma di stanchezza più giusta. Nello sciame rappresenta lo stormo di commenti e l'ipercomunicazione su internet. A questi elementi il buddhismo zen oppone il silenzio e il non detto. Psicopolitica descrive l'abile capacità del potere positivo e permissivo nel tendere la trappola al desiderio. Il buddhismo uccide direttamente l'impulso e persegue il vuoto. Per questi e altri motivi questo testo di Han incomincia ad essere una prima soluzione del puzzle. Ci sta forse indicando una via d'uscita dal labirinto del neoliberismo?




Il libro in realtà ha lo scopo di comparare due culture completamente diverse: l'oriente e l'occidente. Dell'oriente il testo tratta del buddhismo zen, il quale viene confrontato con i massimi filosofi dell'occidente quali Hegel, Heidegger o Platone. In questo confronto è possibile osservare un punto di vista non filosofico sulla realtà e allo stesso tempo comprendere gli errori che hanno commesso i filosofi classici nell'interpretare il buddhismo, poiché usavano i concetti occidentali e non potevano comprendere una cultura completamente diversa dove nozioni come quella di sostanza non esistono affatto.




Prima di incominciare il commento del testo vorrei sottolineare due dimenticanze di Han: Gilles Deleuze e Friedrich Nietzsche. Nietzsche è citato dal coreano, ma non parla del modo in cui Nietzsche stesso tratta il buddhismo. Per esempio non considera il rapporto tra il nichilismo e il buddhismo in Nietzsche. Nietzsche, infatti, afferma che il nichilismo è “buddhismo europeo”. Il caso di Deleuze invece è molto più importante, infatti Deleuze simpatizza proprio per il buddhismo zen e lo usa come un modello, paragonandolo al pensiero degli stoici (terza dimenticanza?). Solamente nella premessa al libro compare un'osservazione molto azzeccata:
«Alla domanda “Che cos'è?”, non di rado i maestri zen reagiscono con colpi di bastone.» (Han, Byung-Chul, Filosofia del buddhismo zen, Nottetempo, Roma, 2018, p.7)
La domanda “Che cos'è?” è una domanda tipicamente socratica che interroga sulla definizione di qualcosa. Socrate pone il problema della filosofia e della sua ricerca sul piano del dualismo definizione/esempio. Socrate non cerca l'esempio (“il coraggio è del soldato che non scappa davanti al nemico”), ma la definizione (“essere coraggiosi significa non provare paura di fronte al pericolo”). Questo modo di pensare passa per concetti generali ed è del tutto estraneo al pensiero del buddhismo zen, chiaramente. Tuttavia è estraneo anche ad altri filosofi come gli stoici o Gilles Deleuze. Date un'occhiata a questi passaggi di Logica del senso:




«Il linguaggio idealista è fatto di significazioni ipostatizzate. Ma ogni volta che ci si interrogherà su significati di questo genere - “Che cos'è il Bello, che cos'è il Giusto, ecc., che cos'è l'Uomo?”- risponderemo designando un corpo, mostrando un oggetto mimabile o anche consumabile, dando, se necessario, un colpo di bastone, il bastone considerato come strumento di ogni possibile designazione. Al “bipede implume” come significato dell'uomo di Platone, Diogene il cinico risponde lanciando un gallo spennato.» (Deleuze, Gilles, Logica del senso, Feltrinelli, Milano, 2009, p.122)


Oppure:
«”Se hai un bastone,” dice lo Zen, “te ne do uno; se non ne hai, te lo prendo” (oppure, come diceva Crisippo: “Se non avete perduto una cosa, voi l'avete; ora non avete perduto corna, quindi avete delle corna”). La negazione non esprime più nulla di negativo, ma libera soltanto l'esprimibile puro con le sue due metà dispari di cui, sempre, l'una manca all'altra, perché essa eccede per il proprio difetto, a rischio di mancare per il suo eccesso, parola = x per una cosa = x.» (Deleuze, Gilles, Logica del senso, Feltrinelli, Milano, 2009, p.124)
Bisogna vedere cosa direbbe Han di questi due passaggi e capire se, almeno Deleuze, a differenza di molti filosofi occidentali, ha fatto breccia nel pensiero zen, cogliendone la natura.




Veniamo ora al testo di Byung-Chul Han vero e proprio. Il testo è diviso in vari capitoli, ognuno con un tema specifico, ma dai titoli sembra che ogni capitolo sia un “scorcio sul vuoto”. Il primo, ad esempio, tratta dell'assenza di Dio nel buddhismo zen e comincia con la discussione dell'interpretazione di Hegel del buddhismo. Hegel commette un errore che, in fondo, fanno in molti. Egli, non riuscendo a pensare l'esistenza di una religione atea, crede che il vuoto dei buddhisti non sia che Dio stesso, al quale, tuttavia, manca quella soggettività che è più propria del Dio delle religioni monoteiste. In realtà nel buddhismo non c'è assolutamente nessun Dio e per questo i buddhisti sono totalmente atei. Il nulla dei buddhisti è appunto nulla e vuoto, non un ente o una sostanza. Le categorie dell'ontoteologia occidentale non sono adeguate alla comprensione del buddhismo zen, come riconosce il filosofo coreano. In effetti l'ontologia parte dal punto di vista dell'esistenza e cerca di dirci di tutti gli enti cosa esiste di ciò che c'è, ma il vuoto non è un ente e non ha senso forse nemmeno dire che “esiste”, per quel che intendiamo noi con questa parola. Hegel, successivamente, si stupisce che questo Dio-nulla sia stato incarnato in una figura umana come quella del Buddha. In realtà, sottolinea Han, il Buddha non viene identificato dai maestri zen con un uomo, ma con oggetti di vita quotidiana dalla banalità alquanto sconcertante (es. tre libbre di lino). Non c'è Dio nel buddhismo, non c'è volontà o qualche Signore che domina il cosmo e lo ha creato.
Hegel, secondo Han, sbaglia persino sull'interpretazione della meditazione. La meditazione buddhista non consiste nel ritiro dentro di sé, nel proprio interiore, per distaccarsi dal mondo esterno e rifiutare l'altro. Secondo questa visione della meditazione, la quale pensa la meditazione come un rapportarsi a sé e una contemplazione di sé, essa appare come una forma di narcisismo. Il buddhismo zen, al contrario, non cerca interiorità e nemmeno trascendenza, è una religione dell'immanenza. Questo lo esprime bene Han affermando che nella filosofia zen non c'è altezza e nemmeno un centro. Non c'è il potere conferito nelle mani di un Dio, una terra promessa per i morti, ma c'è soltanto quel mondo quotidiano da cui spesso le religioni dicono che dobbiamo fuggire e invece lo zen insegna ad apprezzare. Tuttavia questo mondo non è stabile: è in divenire e non ha alcun fondamento. Non avendo fondamento il mondo, il buddhismo zen non sembra sognarsi di spiegare il senso della vita o delle cose. La domanda di Leibniz sulla ragione dell'essere è estranea al buddhismo. In questo senso, mentre nell'occidente Dio è il fondamento di ogni cosa, come la ragione ultima, in oriente il buddhismo, cancellando l'idea di Dio, manca completamente del fondamento.
Un'altra differenza fondamentale tra l'occidente e l'oriente sta nel concetto di meditazione. Le religioni orientali spesso dicono cose come “la mente mente”, “smetti di pensare”, “svuota la mente”, ecc. In occidente i filosofi hanno sempre detto “abbi il coraggio di usare la tua ragione”, “io penso, quindi sono”, “dubita e considera certo solo ciò che è evidente”, ecc. La meditazione orientale rifugge la mente e il pensiero, mentre in occidente meditare significa appunto riflettere. Le famose Meditazioni metafisiche di Cartesio sono riflessioni che Cartesio ha condotto in solitudine.




Il secondo capitolo tratta più nello specifico del tema del vuoto. Derrida con la critica alla metafisica della presenza ha mostrato che la filosofia occidentale è segnata da un punto di vista particolare che è quello del pensiero dell'essere tipicamente greco. Si tratta di un punto di vista particolare che regna nella maggior parte della filosofia occidentale e nel 900', soprattutto da parte dei filosofi ebrei, è diventato oggetto di discussione. I filosofi ebrei hanno introdotto un altro punto di vista: quello del negativo e dell'assenza. In effetti la filosofia occidentale è segnata dal concetto di sostanza. La sostanza, come concetto, viene da Aristotele, ma i suoi caratteri specifici appartengono anche ad una forma di pensiero che precede Aristotele. La sostanza è ciò che persiste e resiste, è ciò che sta sotto gli attributi e che unifica le qualità, è il fondamento, l'identità e la contesa. Ogni cosa, nel pensiero sostanzialista, è identica a sé stessa e allo stesso tempo si oppone alle altre come qualcosa che differisce da esse. La sostanza nel pensiero occidentale caratterizza l'individuo, ma è difficile parlare della sostanza perché quel che noi sappiamo dell'ente non dipende dalla sostanza, ma consiste nell'insieme delle sue qualità. Tanto è vero che ad un certo punto in filosofia qualcuno ha negato l'esistenza della sostanza. Tuttavia, anche in questo caso, nessuno si sarebbe mai sognato di dire che una montagna è un fiume, come invece appare in certe citazioni di Byung-Chul Han tratte dal buddhismo zen. La dottrina zen non parla di sostanza, ma di vuoto. Questo vuoto non è, afferma Han, un non essere. Perciò lo zen non è nichilista. Questo vuoto sta ad indicare che ogni cosa è in ogni altra e che ogni cosa non è totalmente distinta da ogni altra. Il vuoto, inoltre, è del tutto immanente all'apparenza. Le otto vedute su Xiao Xiang sono vedute sul vuoto, dice Han.




(Otto vedute su Xiao Xiang, sorgente: wikipedia)


A pagina 59 del testo Byung-Chul Han racconta una storia zen dove un monaco butta una brocca con un calcio sospingendola, compiendo un gesto che toglie ogni separazione sostanzialistica. Il monaco sospinge nel vuoto la brocca. A questo punto non poteva non citare il passaggio di Heidegger sulla cosa e così, infatti, il coreano agisce. Heidegger, parlando anche lui di una brocca, afferma che l'essere di quell'ente dipende dal vuoto. La brocca è vuota all'interno ed è definita da un vuoto che le permette di accogliere dentro di sé un liquido, una volta che viene versato in essa. A partire dall'immagine della brocca che offre un liquido Heidegger mostra la natura relazionale degli enti e pensa un modello a quattro che mette in relazione il cielo, la terra, gli dei e i mortali. Per quanto il pensiero di Heidegger si sforzi nella direzione del pensare un vuoto che sia tutto meno che assenza e nel pensare delle relazioni che permettano una comunicazione delle cose tra di loro, Heidegger, dal punto di vista di Han, rimane ancora un sostanzialista. Infatti ogni cosa rimane ancora isolata, seppure nella relazione con le altre. Forse l'unico filosofo che potrebbe affermare con gli zen "le montagne corrono", senza con ciò intendere la cosa in senso metaforico (vedi Anti-Edipo), è di nuovo Deleuze. Tutto dipende dall'esistenza eventuale di un'analogia tra il vuoto degli zen e il divenire di Deleuze.




Il terzo capitolo del libro si intitola "nessuno". Il capitolo incomincia con un paragone tra la monade di Leibniz e il pensiero del buddhismo zen. La monade di Lebniz non è ciò che intende lo zen quando afferma che ogni cosa rispecchia ogni altra. La monade di Leibniz è pura interiorità, anima ed ego. Essa è appetitus. Invece il rispecchiare nello zen rappresenta la potenza del fuori. Quella potenza che fa sì che ogni cosa sia pervasa da ogni altra. In questo modo l'ego è annullato dalla potenza dell'eterno e l'uomo splende della luce delle cose. Mentre la monade di Leibniz rappresenta ancora una prospettiva, una forza attiva, forse anche un desiderio, nello zen tutto questo scompare. Lungo il libro Byung-Chul Han cita spesso alcune arti giapponesi come l'Ikebana, il No e l'Haiku. Tutte queste arti svuotano l'io, lo annullano. L'Ikebana consiste nella recisione del fiore nel momento di fioritura, che ha il significato del recidere l'impulso. Il No, come arte teatrale, trova come soggetto un attore, indossante una maschera di legno, che si specchia annullando sé e diventando l'altro. L'haiku è poesia, ma una poesia che non ha nulla di lirico e che non possiede nessuna profondità. L'haiku rappresenta stati cose della natura, in una natura in cui spesso l'uomo risulta del tutto assente. Gli oggetti naturali rappresentati nella poesia sono tratti dalla vita quotidiana e non hanno altro scopo che presentare delle cose, ma non c'è significato nascosto: il senso è quel che appare. Faccio un esempio:




«Seguono il corso del sole
i fiori di malva
perfino nella stagione delle piogge.» (Bashō)




Questa forma di poesia, da quanto si può apprendere dal libro, non conosce l'allegoria o il simbolo. Quando dico "il cane abbaia", intendo che c'è un animale, appartenente alla specie dei canidi, che sta abbaiando in questo momento. L'haiku non ha significati nascosti e non usa immagini per rappresentare qualcos'altro, significa ciò che appare come nella frase sul cane.




Il quarto capitolo del libro si intitola "Non dimorare in alcun luogo". Il maestro zen è in un perenne viaggio, il quale da un lato rappresenta la caducità delle cose, il divenire, dall'altro il non attaccamento alle cose e a se stessi. Sapendo che tutto muta, non possiamo contare sul fatto che le cose che ci circondano saranno sempre nostre e crederci non potrebbe che produrre dolore in noi. Il buddhista zen non abita se stesso, non cerca il possesso di sé, come se la meditazione consistesse nel trovare una dimora interna. Tuttavia il maestro zen rimane sempre in questo mondo e non conosce altra casa, dunque non cerca altre realtà trascendenti.






Il penultimo e l'ultimo capitolo trattano rispettivamente della morte e della gentilezza. La morte per gli occidentali, sembra dire Byung-Chul Han, non è mai una catastrofe, per molti di loro è solo un passaggio ad un'altra dimensione. Platone ha detto che il filosofo non cerca altro che la morte e vuole morire già in vita. Con questo Platone intende dire che il filosofo cerca di staccarsi dal corpo già in vita, perché la morte non è che un passaggio ad un'altra realtà, un regno dell'anima e delle idee. Hegel afferma che la morte è la fine dell'individuo. Tuttavia l'individuo non è distrutto, ma elevato e conservato nell'Assoluto. Heidegger fa della morte l'esperienza unica di ognuno di noi. La morte è la possibilità dell'Esserci di sparire, ossia la possibilità di non esserci più. Possiamo vivere questo in maniera passiva con un "alla fine si deve morire", altrimenti possiamo scegliere la morte come possibilità in quanto tale, la possibilità della possibilità, quella non di non esserci più. Questo spiega il passaggio da una vita inautentica ad una autentica. Tuttavia in Heidegger la morta è sempre la mia morte e nel morire posso dire "io sono", visto che la morte è personale. La morte non fa sparire l'io, ma eleva un io eroico che non si trova di fronte al non-essere, ma all'orrenda natura dell'essere come tale.




Al contrario nello zen si afferma la caducità senza oltrepassarla. Si vive nel divenire, nelle cose che passano. Chi si abbandona alla morte si svuota. Non si va verso l'infinito, ma ci si immerge nella fugacità. Per lo zen bisogna uccidere la morte in noi e farla finita con l'opposizione tra la morte e la vita. Questo atteggiamento contro ogni opposizione sta alla base della gentilezza dello zen, la quale fa cadere completamente ogni opposizione io-tu, a favore del vuoto, di un nessuno. Questo annullamento viene affrontato dallo zen con un leggiadro sorriso e una tristezza serena.





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sabato 7 aprile 2018

Levi Bryant: il virtuale nella sostanza III b2





2 Ontologia orientata al virtuale: come usare Deleuze nell'ontologia orientata all'oggetto

In questa seconda parte su Levi Bryant intendo addentrarmi sempre di più nel tema ontologico del libro Democracy of the objects (democrazia degli oggetti). In questo articolo tratterò meglio del tema della sostanza. Secondo la terminologia della filosofia classica un oggetto è fatto di sostanza e qualità; le qualità sono attributi della sostanza. Di solito si distingue nella sostanza ciò che è accidente da ciò che è essenziale. Se pensiamo ad una sedia come oggetto, l'oggetto ha una sostanza e una serie di proprietà (materiale, colore, forma, numero gambe, schienale, ecc.). Ci sono proprietà tolte le quali la sedia non potrebbe più essere definita sedia. Supponendo che queste siano l'avere quattro gambe e uno schienale, ne segue che queste sono proprietà essenziali, mentre tutte quelle proprietà che non sono essenziali sono accidentali. Questi sono i termini classici usati nello studio dell'oggetto in filosofia, ma ci sono filosofi che non ammettono l'esistenza di essenze e altri che non credono nemmeno nell'esistenza della sostanza. Vediamo meglio questo secondo problema: l'esistenza della sostanza. Molta della terminologia classica dell'ontologia in filosofia viene dal testo Metafisica di Aristotele. Aristotele è il filosofo a cui si deve la teoria della sostanza. La sostanza in Aristotele è ciò che non può essere predicato di qualcos'altro ed è qualcosa di semplice (non divisibile). Le sostanze, inoltre, secondo Aristotele, non sono dialettiche, al contrario delle qualità. Per ogni qualità esiste un suo contrario, per esempio una cosa o è rossa o è non rossa. La sostanza non funziona come la logica dei contrari della dialettica. La sostanza sta per l'individuo, mentre la qualità rimane ancora su un piano generale. Le sostanze normalmente si distinguono per numero e per via delle qualità che possiedono, tuttavia la sostanza non è mai l'insieme delle qualità e tanto meno la mera somma delle sue parti. Se la sostanza non è la somma delle sue parti e non è nemmeno la semplice unione delle sue qualità: che cos'è la sostanza? La sostanza per definizione è qualcosa che sta sotto, come un sostrato; così almeno era pensata dai primi filosofi. Questo concetto è rimasto a lungo dominante nel campo della filosofia sino alla sua messa in discussione da parte degli empiristi. L'empirista, il quale fonda il proprio sapere sulla pura realtà empirica, critica il concetto di sostanza come qualcosa di oscuro. Dal punto di vista sensibile non si vedono che qualità, perché allora aggiungere la sostanza? Come ho spiegato nell'articolo precedente, questo problema emerge nell'empirista perché l'empirista riduce la realtà all'empirico, ossia a ciò che possiamo esperire con i nostri cinque sensi. Da quella prospettiva la sostanza appare come un'entità supposta, oscura e del tutto invisibile. John Locke è stato il primo a mettere in discussione l'esistenza della sostanza, ma Locke continuava ancora a sostenere che qualcosa come la sostanza, sebbene si tratti di qualcosa di non conoscibile, deve esistere. Solamente con Berkeley, e successivamente con David Hume, la sostanza è stata completamente eliminata a favore delle sole qualità. In questo senso l'oggetto è ridotto alle sue qualità sensibili e diventa, come nel caso di Hume, una semplice impressione. Il passaggio successivo, come è successo con la causalità, è stato quello di porre il fondamento della sostanza non nella cosa esterna, ma nella struttura dell'intelletto umano. Dunque il passo successivo è stato compiuto da Kant. Kant ha pensato la sostanza come categoria dell'intelletto.

Oggi la categoria di sostanza torna a giocare un ruolo importante nella filosofia continentale, soprattutto nell'ambito dell'ontologia orientata all'oggetto. Senza la sostanza non vi sarebbe un oggetto propriamente detto. Chi ha negato l'esistenza della sostanza ha negato l'esistenza degli oggetti o ha ridotto gli oggetti a mere impressioni. L'ontologia orientata all'oggetto intende difendere la nozione di oggetto di fronte a qualsiasi tipo di riduzione. La categoria di sostanza gioca un ruolo importante nel pensiero di Graham Harman, ma ne gioca uno altrettanto importante in quello di Levi Bryant. Detto ciò: come si risolve il paradosso della sostanza? Bryant lo risolve pensando la sostanza come una frattura tra le qualità e la sostanzialità. L'essenza della sostanza consiste nell'alienarsi da sé e questa frattura genera una differenza. Secondo Bryant ciò che definisce l'oggetto non è tanto l'insieme delle sue qualità, ma le sue capacità e i suoi poteri. Di fatto un oggetto potrebbe non avere qualità, ma necessariamente avrà delle capacità. Non solo! le relazioni sono sempre esterne rispetto all'oggetto e non interne. Bhaskar distingue tra il sistema chiuso e il sistema aperto. Solo nel sistema chiuso avvengono fenomeni di costanti connessioni di eventi, per questo la relazione non può essere interna all'oggetto. Più precisamente Levi Bryant distingue due forme di relazioni: endo-relazioni (endorelations) come relazioni che costituiscono la struttura interna degli oggetti; exo-relazioni (exorelations) come relazioni che intrattiene l'oggetto con altri oggetti. L'oggetto, dunque, non è definito dalle sue qualità o dalle relazioni con altri oggetti (exo-relazioni), ma dal suo potere che è un potere di produrre eventi. Bryant definisce la sostanza come un motore di differenza (difference engine). L'ontologia che difende Bryant è un'ontologia orientata alle macchine che, come spiegherò, si ispira molto alla filosofia di Gilles Deleuze. Con Deleuze Levi Bryant sostiene lo statuto di virtualità dell'ente in quanto tale rispetto alle sue manifestazioni locali. Levi Bryant divide la sostanza come essere propriamente virtuale (virtual proper being) dalle qualità e gli eventi, i quali costituiscono semplicemente delle manifestazioni locali (local manifestations). La manifestazione locale potrebbe essere confusa con il dato empirico, ma qui Bryant suggerisce di non farlo, perché la manifestazione locale va distinta dalla manifestazione per un soggetto. Questo lo afferma in quanto sostiene che le manifestazioni locali sono notevolmente maggiori di ciò che è dato nel campo empirico ad un soggetto. La manifestazione locale certamente dipende dal contesto e può essere una qualità o un evento. Tuttavia la qualità, secondo Levi Bryant, non è qualcosa che l'oggetto possiede, ma è qualcosa che l'oggetto fa. La qualità è una produzione a partire dal fatto che l'oggetto ha una capacità o un certo potere. La frattura tra il virtuale e l'attuale, tra la sostanza e le sue qualità, è ciò che viene definito da Bryant con il termine "differenza".

In queste pagine Bryant parla spesso di Graham Harman, filosofo con cui condivide alcuni punti cruciali nell'ontologia. Prima di tutto Bryant sostiene che l'oggetto non è solamente in quanto è accessibile ad un soggetto, ma che il soggetto, lui stesso, è un oggetto come gli altri. In secondo luogo Bryant afferma che l'oggetto non deve essere mai ridotto né alle impressioni sensibili che si danno al soggetto e nemmeno alle parti o componenti più piccole che lo costituiscono. Prendendo un esempio da Harman citato da Bryant: non è che l'esercito debba essere ridotto ai suoi soldati, come se l'unica cosa che esiste fossero solamente i soldati, mentre l'esercito non esiste. Il problema diventa, a questo punto, quello di costruire un'ontologia che possa tenere conto di entità molto complesse e spiegare in che modo queste non siano riducibili alle loro parti. Ogni livello dell'ontologia deve essere tenuto distinto, assegnandogli un'esistenza sua propria. L'esercito, in questo esempio, è sostanza quanto i singoli soldati. Un'ultima cosa: se anche il soggetto è un oggetto, questo significa che l'ontologia orientata all'oggetto rompe con la tradizione che pensa l'oggetto come opposto al soggetto, cioè rompe con l'origine stessa della parola oggetto, la quale sia in latino che in tedesco sta a significare etimologicamente ciò che sta contro.

Il problema della sostanza consiste nel fatto che giace al di là del campo che comprende tutto ciò che è sensibile, perciò non è accessibile all'uomo attraverso i sensi. Questo costituisce un problema tipicamente correlazionista, in quanto, essendo che la sostanza non è conoscibile, non è possibile dire che esiste. Questo problema nasce dal fatto che il correlazionista fa dipendere l'essere della realtà dalle nostre facoltà cognitive e dalla nostra possibilità di accadere ad essa. Il realismo speculativo rompe completamente con l'idea che l'essere dipenda dal sapere. In questo senso, per il realismo speculativo, la sostanza è completamente indipendente rispetto a ciò che noi sappiamo sulla sua natura e non dipende per nulla dalla nostra conoscenza di essa. Nel caso di Levi Bryant le sostanze non sono unità, ma delle molteplicità. In questo Bryant segue Giles Deleuze come filosofo del virtuale nella sostanza. Un caso presentato di sostanza, usato come esempio, da parte di Bryant, è la tazza di caffè blu. Levi Bryant distingue l'essere propriamente virtuale (virtual proper being) come struttura formattata e unità che dura nel tempo dalle manifestazioni locali (local manifestation) che sono rappresentate dalle differenti qualità dell'oggetto. L'oggetto in quanto tale è costituito dal suo essere propriamente virtuale, rispetto al quale ogni qualità è una pura attualizzazione di questo essere virtuale. Le attualizzazioni costituiscono la parte manifesta dell'oggetto. Tuttavia, la manifestazione, come osserva Bryant, non va intesa come una presentazione dell'ente ad un soggetto. La manifestazione resta tale anche senza alcun osservatore. Ciò che dipende dall'osservatore è l'apparenza o il fenomeno, ma questo costituisce solo un sottoinsieme della manifestazione. Secondo Levi Bryant la sostanza, a differenza di quel che si dice nell'ontologia classica, non è un sostrato, ma una organizzazione di qualità. Sapendo che le qualità mutano dell'oggetto, gli ontologi classici per cercare la sostanza hanno intrapreso la via dell'astrazione, ossia hanno sempre cercato quel che rimaneva identico nei vari mutamenti. Bryant prende un'altra strada: quella del virtuale. In questo modo l'oggetto è definito da Bryant a partire dai suoi poteri, ma l'insieme dei poteri dell'oggetto è necessariamente maggiore rispetto a tutte le qualità e le manifestazioni locali che di volta in volta si danno dell'oggetto. Levi Bryant riprende la teoria del virtuale dal filosofo Gilles Deleuze, ma adotta anche una certa versione più recente di questa teoria sviluppata dal filosofo Manuel De Landa. Bryant, ad esempio, condivide con De Landa la distinzione tra lo spazio di fase dell'oggetto e i poteri dell'oggetto. De Landa rilegge il concetto di molteplicità deleuziana a partire dalla teoria dei sistemi dinamici della fisica. Secondo Deleuze, così come nel matematico Riemann, matematico da cui Deleuze riprende il concetto, la molteplicità è uno spazio n-dimensionale. Questo spazio nella teoria del virtuale di De Landa diventa lo spazio di tutte le trasformazioni possibili dell'oggetto. Se prendiamo un oggetto come un pendolo, asserisce De Landa, questo oggetto può mutare nella posizione o nello slancio. Il pendolo dunque ha due gradi di libertà e due mutamenti possibili, perciò la molteplicità corrispondente al pendolo ha due dimensioni. Lo stato attuale del pendolo è definito da un punto in quello spazio che costituisce uno spazio di fase. Tra un massimo e un minimo il pendolo attraversa diversi punti. De Landa cita anche altri esempi: la bicicletta, essendo composta di manubrio, ruota davanti, ruota posteriore e due pedali, potendo questi cinque elementi mutare solo in due modi (posizione e slancio), avrà dieci gradi di libertà e corrisponderà ad uno spazio a dieci dimensioni. Anche qui, a seconda dei mutamenti attuali della bicicletta, la bicicletta occuperà uno punto nello spazio di fase. 







 

Con questa visione del virtuale, quella di De Landa, Levi Bryant intende intraprende una strada diversa da quella di De Landa in quanto De Landa pensa il virtuale come insieme di processi nei quali l'ente avrebbe potuto essere stato coinvolto, ma non lo è stato, mentre Bryant pensa il virtuale come insieme dei poteri che l'ente stesso possiede. Per esempio, Bryant afferma che la tazza blu non è blu nel senso che possiede la qualità del blu, ma nel senso che blueggia (the mug is bluing), che ha il potere di manifestarsi come blu. Questo potere è il potere si assumere un certa gamma di colori, non tanto potere di essere solamente blu. La nitidezza e la chiarezza del colore blu o dei colori della tazza può mutare completamente, ma quando, ad esempio, la tazza appare nera, non bisogna pensare semplicemente che il suo colore è nascosto, che l'assenza di luce non lo mostra, ma bisogna pensare piuttosto che quello è un altro modo di manifestarsi della sostanza della tazza. Ovviamente i colori che assume la tazza dipendono dalle exorelazioni che intrattiene la tazza stessa e certamente dipendono anche dalla luce, ma queste exorelazioni sono molte. L'insieme delle exorelationi spiegano il mutamento delle qualità di un ente. Per esempio il cambiamento della temperatura.

Questo riferimento alle exorelationi nel virtuale è molto importante, in quanto, mentre le attualizzazioni locali seguono la logica della geometria, il virtuale segue la logica della topologia. Bryant cita Steven Connor, il quale definisce la topologia come lo studio delle strutture spaziali che rimangono invariate rispetto a deformazioni come l'allungamento o la piegatura. Bryant interpreta la geometria e la topologia come due modi differenti di approcciarsi allo spazio, due aspetti della sostanza: virtuale e attuale. Questo aspetto è importante perché con questo Bryant si distanzia ulteriormente da Manuel De Landa, il quale pensa comunque una continuità tra la topologia e le altre geometrie, una continuità resa possibile da un fenomeno di rottura di simmetria che permette di passare da una geometria più simmetrica ad una meno simmetrica, seguendo la gerarchia delle geometrie sognata da Felix Klein, il quale poneva la topologia al vertice e la geometria euclidea ai piedi della piramide. In Bryant, al contrario, si riscontra piuttosto una cesura tra i due termini. I poteri dell'ente in quanto virtuale sono tutti sul lato della topologia e sono funzioni di exorelazioni che l'ente intrattiene con altri enti. Ogni variazione topologica costituisce un punto nello spazio di fase.

Sembra strano dover pensare che le qualità non sono cose possedute dall'oggetto, ma effetti dei suoi poteri e che quindi l'oggetto agisce. Questo, secondo Levi Bryant, dipende dal fatto che non siamo molto abituati ad osservare variazioni nell'oggetto, che l'oggetto spesso ci appare in quiete e piuttosto stabile. Bergson è stato il primo ad osservare che la percezione è di natura fotografica, che quindi tende a non cogliere il divenire che pure è implicito in ogni cosa. Simondon è un altro ad aver sottolineato il pregiudizio dell'uomo a favore delle manifestazioni locali, dell'individuo già dato. Non cogliamo l'oggetto come qualcosa che agisce. In effetti, afferma Bryant, nel nostro mondo una serie di condizioni sono piuttosto stabili (gravità, pressione e temperatura), per questo si confondo le qualità con gli oggetti, per questo le exorelazioni dell'oggetto sono relativamente stabili. 

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mercoledì 4 aprile 2018

Dai libri di Byung-Chul Han: Eros in agonia











Eros in agonia è un libro di Byung-Chul Han che tratta principalmente il tema del narcisismo diffuso e del declino dell'amore. Per seguire il testo Eros in agonia ho deciso di scrivere delle definizioni che possono tornare utili per capire una certa terminologia che viene utilizzata in filosofia sul tema dell'amore. Esistono tante tipologie di amore e possono essere riassunte con questo elenco:
  1. Amore forzato: accade quando i genitori o altri scelgono la futura moglie o il futuro marito per la figlia o il figlio. In questo caso la coppia è già determinata e non c'è possibilità di scelta da parte dei soggetti coinvolti, in quanto la scelta viene affidata a dei terzi. Questa forma era molto usata nel passato, ma è ancora in uso oggi in certi paesi come i paesi arabi o l'Africa.
  2. Amore romantico: si ha quando due persone basano il proprio amore sui sentimenti che provano reciprocamente l'uno per l'altro. Nell'amore romantico, come mostra bene la psicoanalisi, l'amante ama solo l'immagine idealizzata dell'amato e non l'amato stesso. In questo senso il soggetto è solo in relazione con la rappresentazione o fantasma dell'amato, non con l'Altro. Questa forma di amore, basandosi sui soli sentimenti, è molto debole e nello stesso tempo genera molti problemi dal momento che il soggetto crede di possedere l'Altro. L'amore romantico segue la formula 1 + 1 = 1, formula che viola i principi della matematica. L'amore romantico vuole realizzare l'impossibilità dell'unione del due. Tuttsavia l'amore romantico può trasformarsi. Quando il soggetto è consapevole di amare solo il fantasma dell'Altro, ossia di essere in relazione ancora Sé quando ama l'Altro, a quel punto al soggetto si apre un'altra forma di amore: l'amore platonico. Nell'amore platonico il soggetto, consapevole di amare solo un fantasma dell'Altro, ama la bellezza in quanto idealizzata e colta nell'Altro. L'amor cortese è un esempio di un amore romantico consapevole di non amare la donna fisica, ma la donna idealizzata.
  3. Amore commerciale: si parla di questa forma di amore in riferimento ai siti di incontri: Meetic, ad esempio. Non ci sono sentimenti, non c'è un mettersi in gioco (fall in love). L'amata è scelta come si sceglie una merce. Si stilano le caratteristiche che si desiderano e si cerca la persona con il profilo giusto. Di solito si dice che non c'è spiegazione del sentimento d'amore per una persona, qui invece tutto è deterministico. Se cerco una ragazza bionda, con occhi chiari, che ama il cinema e lo sport, mi basta cercare una persona che corrisponda a quel profilo.
  4. Amore contrattuale: Si parla di amore contrattuale quando oltre ai sentimenti i soggetti nella coppia decidono di stilare una serie di regole che governino il rapporto di coppia. Per esempio, perché esista una coppia aperta, devono essere messe in chiaro delle regole precise. Le regole permettono di risolvere il grande problema dell'accettare la fine di un rapporto e quindi permette di decidere a quali condizioni questo debba terminare.
  5. Amore come differenza: Alain Badiou ha pensato un modello di questo tipo. Questa volta la matematica si accorda perfettamente con il modello. Nell'amore come differenza quel che conta è che l'Altro non sia assimilabile all'Io o all'Ego. Questa forma di amore segue un matema specifico: m f. Solamente qui viene riconosciuta l'assoluta negatività dell'Altro.


Questi sono le coordinate principali per capire la filosofia dell'amore. Seguendo questo schema è più facile collocare la posizione di Byung-Chul Han sul tema dell'amore. È giunta la fine dell'amore? Le fidanzate si trovano su internet come i prodotti di Amazon. Non c'è nessun mettersi in gioco o rischio. La fine dell'amore incomincia con l'eliminazione dell'Altro. L'Altro costituisce il termine negativo rispetto all'Io. L'Uno oggi non si specchia nell'Altro, ma in sé stesso. L'io incontra se stesso nell'Altro, ossia è sempre in relazione a sé. Quando non c'erano i selfie bisognava fermarsi e chiedere ad un Altro che ci scattasse la foto, mentre ora possiamo farlo da soli. Il selfie costituisce una monade, una unità in cui siamo solo noi stessi in relazione con noi stessi: è la cultura del narcisismo. Con la fine dell'amore e la scomparsa dell'Altro, spiega Byung-Chul Han, dobbiamo fare i conti con l'inferno dell'uguale. Non abbiamo futuro, perché il futuro è il tempo dell'Altro, del completamente nuovo. Abbiamo solo presente, l'eterno e identico presente: questo è l'inferno dell'Uguale.






L'intera economia non è più una questione di conflitto tra i padroni e i servi. Il problema è molto più dentro il servo, nella relazione del servo con se stesso. Autosfruttamento è la parola di oggi, la parola dell'uomo precario al limite ed esausto. Questa relazione che intratteniamo con noi stessi di autosfruttamento, ci fa pensare di essere liberi, ma in realtà non lo siamo affatto. Non è solo perché le cose vengono da noi, piuttosto che da fuori che siamo più liberi. Han riprende dal filosofo Martin Buber il tema della negatività dell'Altro, asserendo che l'Altro è necessario per la nostra stessa libertà. Perché esista l'Altro ci deve essere una distanza e solo in questo modo si può rispettare l'Altro. Oggi non ci sono distanze, come nota Han, in quanto internet le ha cancellate. L'amore è fatto della negatività del mettersi in gioco, del dolore per la passione. Oggi è l'epoca delle 50 sfumature di grigio, l'epoca del perverso in cui la tortura nel rapporto amoroso è cosa deliziosa. Il volto è l'apoteosi della visibilità, mentre il corpo è diventato trasparente e oscenamente nudo. L'amore si trasforma in mero sesso, il sesso diventa porno e il porno fa del sesso una questione sportiva: problema di allenamento. Il porno è pura profanazione, dice Han, per questo è osceno. Byung-Chul Han condivide appieno le critiche di Badoiu e di Žižek all'amore contemporaneo: non c'è fall in love, l'amore è diventato questione di scambio di merci, in più manca l'elemento casuale nell'amore. L'amore di oggi manca dei tratti tipici del desiderio: il desiderio è sempre dell'Altro, come insegna Lacan, ma oggi l'Altro è scomparso perché non c'è negatività, ma solo positività, dice Han; la fantasia che appare quando chiudiamo gli occhi, non è dei nostri tempi perché siamo sommersi da immagini e non siamo capaci di immaginare qualcosa di diverso, siamo un popolo senza futuro.
Che cos'è l'Eros? Han rivolge la sua critica ad ogni forma di amore che non riconosca la negatività dell'Altro. L'amore commerciale fa dell'Altro una merce, l'amore forzato obbliga l'Altro e non lo rispetta, l'amore romantico assimila l'Altro all'Uno. Byung-Chul Han segue la strada designata da Alain Badiou: la via dell'amore che si basa sull'esperienza del due. L'Eros viene meno in un mondo in cui, secondo Han, viene meno la conoscenza e la teoria, ci sarà un collegamento? Han pensa di sì. È il Simposio di Platone a mettere in luce la vera natura dell'amore e la sua relazione con la conoscenza. Socrate viene definito come atopos. Egli è pura singolarità del tutto irripetibile. L'amore vero è per l'Altro, ma è anche e soprattutto un'amore che coglie la bellezza andando oltre l'aspetto accidentale attuale dell'altra persona. Socrate spiega che è l'Eros a guidare sempre il filosofo nella sua conoscenza. Spesso Platone parla di un filosofo guidato dal desiderio per il bene o per la verità.




sabato 31 marzo 2018

La problematica come scienza dei problemi








Il seguente articolo presenta gli sviluppi della scienza dei problemi. Sono anni che studio le domande e i problemi. Nel corso degli anni ho sviluppato una vera e propria scienza su questo tema. Ho scritto in passato su questo, ma molti testi erano abbastanza confusi o quasi solo degli abbozzi. In tempi recenti sono riuscito a costruire una struttura coerente della problematica e ho scritto alcuni articoli altrove (La problematica: i fondamenti di un metodo, La problematica: la tassonomia delle domande, La problematica: il problema della gerarchia delle domande e le domande di primo ordine, La problematica: i campi dei problemi). In questo articolo la mia intenzione è di andare avanti con il lavoro sulla problematica, partendo dal materiale pregresso. La spiegazione della problematica attraversa molti punti che corrispondono alle varie sezioni di cui la stessa problematica è composta.

1) I problemi nella storia della filosofia

Il primo settore di interesse della problematica è di natura storica e investiga su ciò che i filosofi hanno detto e scritto sul tema delle domande e dei problemi. Quello che riporterò sono i risultati della mia ricerca, ricerca che consiste nel rintracciare quali sono i contributi che hanno dato storicamente i filosofi per la costruzione di una scienza dei problemi. Il primo filosofo ad aver pensato la filosofia come scienza che parte dai problemi è Socrate. Socrate incomincia con le domande. Dal momento che Socrate afferma di sapere di non sapere, ne segue che non possiede le risposte che sta cercando ed è perfettamente consapevole di non possederle. Se avesse le risposte non avrebbe bisogno di cercarle. Non avendole, deve cercarle. La domanda è l'inizio di una ricerca. Qualcosa che definisce una meta data dalla risposta ad un dato quesito. Noi non possiamo sapere prima quale sarà la risposta, perciò, come in ogni viaggio, non sappiamo dove ci poterà il percorso. Socrate è anche famoso per aver scoperto una certa tipologia di domanda che si potrebbe denominare: domanda definitoria. La domanda definitoria segue lo schema: Che cos'è x? Socrate inoltre inventa un'arte dell'interrogare che chiama "maieutica", metodo attraverso il quale far partorire risposte nei suoi interlocutori. Le risposte vengono testate da Socrate e se implicano contraddizioni vengono scartate come false. Il difetto del metodo di Socrate consiste nel fatto che Socrate si getta subito sulle risposte dopo aver formulato la domanda. Socrate, infatti, non analizza la domanda e non ci spiega come costruire un problema.

Il primo filosofo a spiegare come si costruisce una domanda è Aristotele. Aristotele suggerisce di costruire la domanda partendo dalla proposizione. In questo modo, partendo dalla proposizione "l'uomo è un bipede implume", possiamo costruire la seguente domanda: "che cos'è l'uomo?". Con un metodo del genere la proposizione risulta una risposta possibile rispetto alla domanda. Tuttavia una risposta possibile può esserlo di più domande. Un esempio: l'affermazione "il muro è bianco" ha come domande possibili "di che colore è il muro?" o "è il muro bianco?". È strano il metodo di Aristotele perché presuppone già la risposta prima che sia ancora formulata la domanda e formula la domanda sulla base di una delle risposte possibili (pertinenti) rispetto alla domanda.

Cartesio nel suo metodo per la scienza inserisce un passaggio interessante sui problemi. Il secondo momento del metodo di Cartesio consiste nella scomposizione dei problemi in elementi più semplici. Cartesio, quindi, suggerisce di analizzare i problemi scomponendoli e sembra sostenere che i problemi hanno delle parti. Cartesio non ci dice nulla di più su questo, ma si tratta comunque di una osservazione interessante di cui io tengo abbastanza conto. In filosofia non si trova molto sul tema dei problemi e dire che si parla spesso dei "grandi problemi della filosofia". L'unico filosofo veramente rilevante sul tema dei problemi è Gilles Deleuze. Deleuze ha pensato una teoria dei problemi a partire da Bergson. Secondo Deleuze l'intuizione di Bergson consiste nell'idea che il vero e il falso si applicano ai problemi allo stesso modo degli enunciati. I problemi si costruiscono e possono essere costruiti bene oppure male. Il problema è come un dado che si lancia. A seconda di come il problema è stato posto il risultato del dado cambia. Non si trovano molti esempi sulla costruzione dei problemi in Deleuze, ma nel saggio Bergsonismo Deleuze propone come esempi quelli di Bergson. Bergson sostiene che i problemi posti male o mal costruiti sono i problemi che hanno alla base delle confusioni. Bergson accusa chi confonde la memoria con la percezione, lo spazio con il tempo. Il problema “perché l'essere piuttosto che il nulla?” è un problema costruito male da Leibniz, secondo Bergson, in quanto Leibniz pensa che il nulla preceda la presenza e fantastica sul modo in cui dal nulla possa essere nato qualcosa. Un interessante filosofo contemporaneo, Manuel De Landa, ha scritto importanti riflessioni sul tema del problema in Deleuze nel famoso libro Intensive science and virtual Philosophy. De Landa pensa il problema come distribuzione di singolarità. Un problema ben costruito è un problema ben definito. Manuel De Landa, dunque, considera le domande più generali come vaghe, al contrario delle domande più specifiche che sono meglio costruite. Il suo esempio: esiste un particolare equilibrio tra le volpi e i conigli di una natura tale che se le volpi aumentano di numero e i conigli, mangiati dalla volpi, diminuiscono, ad un certo punto non ci sono più conigli per sfamare le volpi. La prima domanda posta da De Landa è: perché quel coniglio è stato mangiato? La domanda chiede di un coniglio specifico e la sua risposta sta nell'aumento della popolazione delle volpi. Il problema consiste nel capire perché quel coniglio e non un altro coniglio. Tenendo presente che quell'evento è un punto singolare che inverte la relazione tra le volpi e i conigli. Dopo di ché De Landa riformula la domanda in maniera più specifica: perché quel coniglio è stato mangiato da quella volpe? La domanda chiede: perché quella volpe ha mangiato quel coniglio piuttosto che un'altra. Secondo De Landa esistono dei gradi di specificazione di un problema. Inoltre ogni problema ha sempre delle presupposizioni che non sono espresse e uno spazio di contrasto che ci permette di capire quali sono le opzioni a nostra disposizione. Questi ultimi due punti (presupposizioni; spazio di contrasto) sono essenziali nella problematica.

Sino ad ora ho trattato i termini "domanda" e "problema" come fossero equivalenti, ma non lo sono. Di solito per ogni problema esiste una molteplicità di domande che consistono in tentativi di formulare il problema, di volerlo mettere per iscritto o esprimerlo a parole. Più domande possono avere alle spalle lo stesso problema, semplicemente perché chiedono la stessa cosa. Un esempio: come ti chiami?; che nome hai?; quale nome ti hanno assegnato?; ecc. Capita anche che domande molto diverse riguardino lo stesso problema, anche se sono molto differenti tra loro. Questo perché colpiscono il problema da punti di vista diversi, così come si può illuminare e osservare un oggetto da tante angolazioni. De Landa, ad esempio, ha detto che un problema può avere differenti gradi di specificazione. Per ogni grado si dà una nuova domanda. Capita anche che, posto un problema, ad esempio "il rapporto mente/corpo", vengano formulate differenti domande che colgono il problema sotto vari aspetti a seconda che si pali di "pensiero", "coscienza", "volontà", ecc.

Prima di proseguire conviene definire ancora un paio di termini che userò nel testo:

Risposta possibile: è una risposta pertinente rispetto alla domanda. Esempio: com'è il cielo? Il cielo è sereno.

Risposta impossibile: è una risposta non pertinente rispetto alla domanda. Esempio: quante galline ci sono del pollaio? Due pecore.

Non risposta: è una risposta che non dice nulla. Esempio: perché ci troviamo qui? Ci troviamo qui perché ci troviamo qui.

Tutte le domande seguono una struttura binaria: domandante/domandato. Il domandato è l'oggetto della domanda. Il domandante è tutto il resto.


2) Gli operatori sulle domande

Per studiare le domande ho costruito degli operatori. Questi servono per analizzare elementi specifici delle domande. Ogni operatore serve per estrarre informazioni dalla domanda. Si parte da un problema, si formula una domanda, si analizza la domanda.

Esempio:

Il mio problema: il rapporto tra la mente e il corpo

Domanda formulata: come è possibile che il pensiero "alza il braccio destro" causi il movimento del braccio destro?

A questo punto è possibile analizzare la domanda usando gli operatori della problematica. Gli operatori da me studiati sono i seguenti (alcuni sono nuovi):

Operatore C. (chiarificazione): non è possibile comprendere e rispondere a nessuna delle domande se non sono chiari tutti i concetti che sono impiegati nella domanda. Quindi per prima cosa bisogna estrarre tutti i concetti che compaiono e darne una definizione uno per uno. È importante la chiarificazione perché più soggetti potrebbero intendere cose diverse con la stessa parola, perciò è meglio giungere ad un accordo sui significati dei termini prima di creare ulteriori confusioni. Si noti come questo operatore implichi la risposta ad altre domande come: Cos'è x? cosa significa x? cosa si intendere per x? Ovviamente l'analisi della chiarificazione non si applica al domandato, ma solo al domandante.

Operatore S.A.N.D. (separazione affermazioni e negazioni da domanda): ogni domanda presupposte sempre qualcosa. Per vedere se la domanda è ben costruita conviene conoscere tutte queste assunzioni e capire se sono vere oppure se sono false. La domanda "Chi ha rubato la mia borsa?" implica "esiste una x e x ti ha rubato la borsa", ma se la borsa fosse stata semplicemente persa e non rubata, allora la domanda è posta male.

Operatore R.I.D. (ricerca informazioni sul dato): ogni domanda ha un domandato, ma non potremmo rispondere alla domanda se non avessimo delle informazioni sull'oggetto della domanda. Ad esempio, se chiedo "che cos'è la libertà?", è vero che non so cosa sia, ma devo comunque associare la parola "libertà" a qualche idea o concetto. Se non sapessi nulla sulla libertà, non capirei la domanda che mi viene posta e non potrei di conseguenza rispondere. Qualcosa so sul domandato, devo capire cosa e se è vero quello che so oppure è falso.

Operatore A.C. (analisi contesto): nello studio delle domande potrebbe risultare importante capire in che contesto sono state poste e chi le ha poste. Wittgenstein sosteneva che il significato è l'uso. Questo è vero per una serie di casi, ma non per tutti. Ad esempio non sarebbe vero dell'affermazione "uccidere è sbagliato", altrimenti cambierebbe di significato a seconda del contesto, mentre si pretende che simili affermazioni siano universali. Molte domande attraversano la storia della filosofia, rimangono sempre le stesse, indifferentemente da chi le pone o dal contesto. Quando abbiamo a che fare con le domande di tutti i giorni è molto diverso, o anche solo quando ci interessiamo di un singolo soggetto come un singolo filosofo. In questi ultimi casi il contesto e il soggetto diventano molto più rilevanti.

Operatore G.S. (grado specificazione): della stessa domanda si possono dare delle formulazioni più generali e altre sempre più dettagliate. La domanda che analizziamo si pone spesso in mezzo tra la più generale e la più specifica. Questo operatore serve per calcolare il grado di specificazione della domanda rispetto a tutte le altre formulazioni della stessa domanda. Esempio: perché le macchine esplodono?; perché quella macchina è esplosa?; perché quella macchina è esplosa in quel modo?; ecc.

Operatore R.S.D. (ricerca specie della domanda): ogni domanda appartiene ad una tipologia di domande. La classificazione delle domande per specie e la conseguente ricerca della specie della domanda dipende dall'ontologia della domanda che si sceglie come riferimento. Ci sono più ontologie. Io uso l'ontologia basata sulle risposte. Secondo questa ontologia le domande possono essere prime, seconde o terze (spigherò più avanti il significato).

Operatore R.O.P. (ricerca opzioni possibili): ogni domanda ha una struttura particolare. Usando l'ontologia basata sulle risposte è possibile classificare tutte le domande sulla base delle risposte che ci lasciano come opzione. Una domanda come "essere o non essere?" ci lascia due opzioni di risposta.

Gli operatori possono essere visti come dei comandi. Nella scritturazione della problematica si mette prima la domanda e poi si danno i comandi, scrivendo gli operatori sotto e mettendo sotto ogni operatore i risultati.

Riprendo il caso del problema del rapporto tra la mente e il corpo come esempio.

Domanda: come è possibile che il pensiero "alza il braccio destro" causi il movimento del braccio destro?

C. (Si possono adottare le definizioni di un vocabolario se si vuole.)

- Essere: il Treccani lo definisce in vari modi come "esistere" o "consistere".

- Possibile: "detto di ciò che può esistere, verificarsi, e anche di ciò che non si sa se avverrà o no o che sembra avere qualche probabilità di riuscita." (Treccani)

- Pensiero: "facoltà del pensare, attività psichica; attività speculativa, teoria." (Treccani)

- Alzare: "sollevare, spostare o tirare o spingere in alto, verso l'alto." (Treccani)

- Braccio: "il segmento dell'arto superiore corrispondente all'omero." (Treccani)

- Destra: "la mano che è dalla parte corrispondente al fegato e nella maggior parte degli uomini è più agile e forte dell'altra." (Treccani)

- Causare: "originare, produrre." (Treccani)

- Movimento: "l'azione del muovere o del muoversi." (Treccani)


S.A.N.D.

assunzioni:

- il pensiero causa l'azione.

- nel caso dell'alzare il braccio destro, il movimento è stato causato dal pensiero.

- esiste una relazione tra la mente e il corpo, tale che la mente muove il corpo.

- esiste un modo attraverso il quale la mente causa l'azione.

R.I.D.

Qui le informazioni che posso avere dipendono dalla mia cultura sull'argomento, ossia quanto conosco il mio corpo, le neuroscienze o la filosofia della mente.

A.C.

Essendo una domanda molto generale non ha probabilmente alcun senso chiedersi quando sia stata posta questa domanda e chi l'abbia posta, perciò non serve alcuna analisi del contesto.

G.S.

La domanda, come ho detto, ha un alto grado di generalità, quindi uno scarso grado di specificazione. Se volessimo specificare di più la domanda, allora dovremmo chiedere dettagli più specifici, per esempio parlare del caso di un soggetto particolare che alza braccio destro. Si noti come l'ora, il luogo, movente e altri fattori di questo tipo possono facilmente aumentare il grado di specificazione della domanda. Faccio alcuni esempi di domande più specifiche:

- come è possibile il pensiero "alza il braccio destro" del soggetto x ha causato il movimento del braccio destro?

- come è possibile il pensiero "alza il braccio destro" del soggetto x quel determinato giorno ha causato il movimento del braccio destro?

- come è possibile il pensiero "alza il braccio destro" del soggetto x quel determinato giorno e proprio in quel luogo ha causato il movimento del braccio destro?

R.S.D.

Come spiegherò più avanti, secondo la mia ontologia preferita delle domande, questa è una domanda terza. La domanda terza è una domanda che ha “n” risposte, dove n > 2.

R.O.P.

Come ho detto prima la domanda ha “n” risposte, dove n > 2. Le opzioni dunque sono molte. Spiegherò più avanti come comportarsi in questi casi.



3) Logica delle domande

La logica ha come unità di base l'enunciato o la proposizione. Esistono modelli di logica che assegnano per ogni enunciato un simbolo (una lettera), come accade nella logica enunciativa, ma ci sono altri modelli logici che studiano la struttura interna di un enunciato, come accade nella logica predicativa. Le domande non costituiscono degli enunciati, perciò sono completamente fuori dalla logica. Io, al contrario, non voglio escludere le domande dalla logica. La mia sfida consiste nel pensare una logica per le domande, di modo da introdurre un metodo matematico all'interno della scienza della problematica. Aristotele, il padre della logica, sosteneva che la domanda si ricava a partire dall'enunciato. Seguendo questa strada è pensabile che per ogni enunciato vi sia almeno una domanda corrispettiva, rispetto alla quale l'enunciato costituisce una risposta. Perciò se A è un enunciato, allora A' è la domanda che corrisponde a questo enunciato. Domanda: sei Davide? Ha come risposte possibili: si, sono Davide; no, non sono Davide. Se la prima risposta è A, la seconda è ¬ A. La domanda per ognuna delle due risposte rimane A'. Ovviamente il problema è che per ogni risposta ci sono più domande possibili. In questo senso si possono scrivere le varie domande in questo modo: A', A'', A''', ecc. Questo metodo permette almeno di coprire una molteplicità di domande. Inoltre esso ci permette anche di formalizzare domande strutturate in modo più complesso con tanto di connettivi. Ad esempio la domanda “essere o non essere?” sarà (E v ¬ E)'. In pratica basta un segno “ ' “ per indicare la domanda corrispettiva rispetto all'enunciato. Questo segno alle volte può essere preso come una inversione dell'enunciato come nel caso seguente: il computer è rotto (A); è il computer rotto? (A'). Per associare alla domanda una risposta è molto semplice: basta usare il metodo delle funzioni della logica predicativa. Supponiamo che A sia la risposta corretta rispetto alla domanda A', ne segue che R(A') = A. La formula si legge in questo modo: la risposta della domanda è uguale ad una data risposta. È come se ci fossero due insiemi: uno per le domande e uno per risposte, la funzione associa alla domanda la risposta corretta. Nella logica predicativa scrivo in questo modo: Socrate è un uomo diventa “uomo(Socrate)”. In questo caso la formula è Us ed è vera, dunque Us = 1. Se fosse falsa sarebbe Us = 0. Nel caso delle domande la funzione o ci dà come risultato la risposta corretta, ossia una risposta che sia = 1, oppure non può darci un risultato corretto, in questo caso scriviamo: null., ma può dirci che c'è un problema nella domanda, perché, come vedremo, la domanda conterrà delle assunzioni false e perciò non può avere delle risposte corrette. Quando si parla di assunzioni nelle domande si scrive questo nel modo della teoria degli insiemi, dicendo che l'enunciato appartiene alla domanda. Es. (A, B, C) A'. Quindi da questo si ricava che: (A = 0) (R(A') = null.).

4) I teoremi della problematica

La problematica è una scienza che si richiama al modello della matematica. Questa scienza è fondata su una serie di teoremi. È venuto il momento di vedere questi teoremi. Rispetto ai miei studi sulla problematica passati i teoremi sono aumentati e ve ne sono di due tipologie: teoremi per le risposte e teoremi per le domande.

I teoremi di cui ho scritto in passato erano teoremi che partivano dalla domanda e tuttavia ci dicevano qualcosa sulle sue risposte possibili. Ora la problematica aggiunge dei teoremi proprio sulle domande. I teoremi sulle risposte erano prima cinque, ora sono sei. Vediamo tutti i teoremi sulle risposte.

1° teorema:

(∀x(A'x zy ((Az Ay) z = y)) → (A = 1)


Se esistesse una domanda che ha una sola risposta possibile, quella risposta possibile sarebbe necessariamente vera.

Dimostrazione:

Se l'unica risposta possibile alla domanda fosse falsa, la sua negazione sarebbe vera, ma non c'è un'altra risposta possibile, dunque quell'unica risposta possibile deve essere vera.

2° teorema:

¬ x (A'x zy ((Az Ay) z = y))

Non esiste alcuna domanda che ha una sola risposta possibile.

Dimostrazione:

Se prendo una risposta qualsiasi di quelle possibili rispetto ad una domanda, se nego questa risposta o ottengo un'altra risposta e quindi chiudo tutte le risposte possibili, oppure questo non accade, il che vuol dire che le risposte possibili sono più di due.

Esempi:

Devo decidere proprio adesso?

Prendo la risposta “Sì, devi decidere adesso”, la nego e ottengo un'altra risposta possibile: “No, non devi decidere adesso.”

Come funziona un bit?

Prendo la risposta “I bit seguono un codice binario 1, 0”, la nego e ottengo una risposta non possibile “I bit non seguono un codice binario 1,0”. La negazione della prima risposta non chiude la totalità delle risposte possibili, dunque le risposte possibili alla domanda sono da tre in sù.

In entrambi i casi non può essere che esista una sola risposta possibile per una domanda.

3° teorema:

(∀x(A'x → ∃zy((Az Ay) vwu((Av Aw Au) → (v = w v v = u))) ((w = 1 u = 0) v (w = 0 u = 1))

Se una domanda ha due risposte possibili, questo significa che una delle due risposte è vera e l'altra è falsa.

Dimostrazione:

Se una risposta viene contrassegnata come falsa, come si ricava bene dalle tavole della verità o il metodo di Boole, la negazione di un enunciato falso diventa vero. Se l'enunciato è 0, allora se faccio 1 – 0 = 1, se invece è 1, allora 1 – 1 = 0.


Esempio:

Alla domanda “è Maria l'assassina?” le risposte sono solo due: sì è stata lei; non, non è stata lei. Se la prima è falsa, negandola si ottiene la seconda e questa negazione deve essere necessariamente vera.

4° teorema:

x (A'x ∧ ∃vyz ((Av Ay Az) ∧ (v y v z y z)))

Esistono domande che hanno più di due risposte.

Dimostrazione:

Se prendiamo una risposta possibile di una domanda qualsiasi, quando la neghiamo, se non otteniamo una risposta possibile, questo significa che le risposte possibili della domanda non finiscono con due: una e la negazione di questa.

Esempio:

Quanti colori sono presenti nella coda di un pavone?

Se rispondessimo “3”, negando e dicendo “non 3”, non otterremo una risposta possibile alla domanda. In realtà è possibile rispondere anche “5”, “6”, “1”, ecc.

5° teorema

x y((Ax Ay) ((Ax = 1) (Ay = 1)) ¬ ((Ax = 0) (Ay = 1)) ¬ ((Ax = 1) (Ay = 0))

È possibile che esistano più risposte vere ad una sola domanda se queste non si contraddicono a vicenda.

Dimostrazione:

Ogni risposta potrebbe essere letta come negazione di un'altra risposta. Se chiedo “di che colore è la tua giacca?”, la risposta “verde” può essere interpretata come “non rossa”, quella “rossa” come “non verde”. Se dicessi che è verde e rossa, a meno che non intenda riferirmi a singole parti differenti della giacca, produco le contraddizioni: “la giacca è verde e non verde”; “la giacca è rossa e non rossa”. Tuttavia non sempre il caso è di questo tipo e spesso molte risposte sono tutte vere semplicemente perché danno più informazioni su un certo oggetto. Se chiedo “Che cos'è Wordpress?” posso rispondere “ è un software”, potrei anche dire “è un CMS (content managment system)”, oppure dire che “è una piattaforma basata sul linguaggio PHP”. Sono tutte risposte vere che denotano aspetti dell'oggetto.


6° teorema:

x(A'x ∧ ∃y( By A' ∧ By = 0)) → v(Av → (Av= 0)))

Se una domanda contiene almeno una assunzione che si rivela essere falsa, tutte le sue risposte possibili sono false.

Esempio:

La domanda “come si divide un numero per 0?” contiene l'assunzione “i numeri sono divisibili per 0”. Siccome questa assunzione è falsa, ne segue che questa domanda non potrà avere una risposta vera.

Il primo teorema dice qualcosa su un caso che è del tutto inverosimile, ossia che una domanda possa avere una sola risposta possibile. Di questo caso ci dice che quella risposta, in quel caso veramente improbabile, sarebbe sempre vera. Il secondo teorema dimostra che il caso presentato dal primo teorema è del tutto impossibile. Da questo si deduce che una domanda deve almeno avere due risposte possibili. Il terzo teorema dice qualcosa di importante sul caso delle domande che hanno due risposte possibili, ossia dice che una delle due risposte deve essere vera e l'altra falsa. Il quarto teorema asserisce che non ci sono solo domande con due risposte possibili, ma esistono anche domande con più di due risposte possibili. Il quinto teorema dice qualcosa di importante su questo ultimo tipo di domande: è possibile che più di una risposta sia vera, se e solo se queste risposte non si contraddicono a vicenda, ossia se non si dà il caso che una è vera solo quando l'altra è falsa. Il sesto teorema genera una eccezione al terzo teorema, perché dice che se una domanda contiene assunzioni false, questa domanda non potrà mai avere delle risposte possibili vere.

Esiste un altro genere di teoremi, un genere di teoremi che non si rivolge alle risposte delle domande, ma alle domande stesse e solo a queste.

1° teorema

x(A'x → ∃y(A''y ∧ ( A'x A''y))

Ogni domanda presuppone sempre almeno un'altra domanda.

Dimostrazione:

Sapendo che la domanda è composta di una struttura domandante/domandato e sapendo che non esistono domande il cui domandante è nullo. Questo significa che ogni domanda ha un contenuto di qualche tipo che differisce dalla cosa che la domanda stessa chiede e questo implica che quel contenuto rimandi a qualche altra domanda, rispetto alla quale esso costituisce una risposta.

Esempio:

Domanda: “a quale specie appartengono gli scoiattoli?”. Questa domanda se si usa C. si vedrà bene che contiene concetti da chiarificare e se si un S.A.N.D. si vedrà bene che la domanda implica delle assunzioni. I concetti rimandano a domande definitorie, mentre le assunzioni sono risposte ad altre domande.

2° teorema

¬ x (A'x y ( A''y Pxy))


Non esiste una domanda che viene gerarchicamente prima di tutte le domande.

Dimostrazione:

Ogni domanda, secondo il teorema precedente, rinvia necessariamente ad altre domande, dunque non esiste domanda che non presupponga altre domande e che quindi sia prima rispetto a tutte le domande.



5) Ontologie delle domande

Un'ontologia non è altro che una classificazione o una tassonomia di una serie di oggetti, in questo caso le domande. A seconda di come dividiamo le domande per specie costruiremo dei modelli ontologici di domande completamente diversi. I modelli, come ho detto, sono più di uno e certamente il modello che scegliamo di adottare influenzerà il nostro modo di fare problematica. Io adotto un particolare tipo di ontologia delle domande che è costruito sulle opzioni che la domanda ci fornisce, ossia sul numero di risposte. Il mio modello ontologico è il seguente:





Il genere più grande chiaramente è quello di domande, poi comincio a dividere quelle domande che hanno solo due tipi di risposte possibili da quelle domande che hanno più di due risposte possibili. A questo punto vengono tre specie di domande. Di questi tre tipi di domande le prime due si riferiscono esclusivamente alle domande che hanno solo due risposte possibili, mentre il terzo tipo appartiene all'altro genere, ossia quello delle domande che hanno almeno più di due risposte possibili. Vediamo queste tre specie di domande:

1) Domande prime:

Le domande prime sono domande che hanno solo due risposte possibili, ma hanno una caratteristica particolare: una delle due risposte contraddice la domanda, perciò, per il terzo teorema, l'altra risposta deve essere necessariamente vera. Prendiamo due esempi semplici: “Esistono domande?”; “Esiste una ragione delle cose?”. Alla prima domanda rispondere “no” non avrebbe senso perché implicherebbe riconoscere che quella è una domanda, dunque è vero al contrario che esistono domande. Alla seconda domanda rispondere “no” non avrebbe senso perché implicherebbe il fatto che non esiste nessuna ragione per la nostra risposta, quindi non potremmo nemmeno giustificarla.


2) Domande seconde:

Le domande seconde sono domande che hanno due tipi di risposte possibili, ma per le quali non vale quel che ho detto per le domande prime. Un esempio di domanda seconda: “C'è un modo per inserire immagini in Blender?”. In questo caso non ci resta che analizzare le risposte per capire quale delle due è corretta e quale sbagliata.


3) Domande terze:

Le domande terze sono domande che hanno più di due tipi di risposte. Un esempio: Che cos'è un mark up?

Le domande prime sono molto preziose perché la risposta è facile da trovare nello studio della relazione tra la domanda e la risposta stessa, tuttavia questo non significa che non ci siano problemi. È importante conoscere bene le domande prime e trovarne quante più se ne riesce, in quanto sono le più semplici domande a cui rispondere. Tuttavia queste domande, come tutte le altre, non posso evitare dei S.A.N.D. o dei C. Se prendo una domanda prima come “ci sono risposte alle domande?”, quando qualcuno risponde “no” sembra dire qualcosa di contraddittorio, ma questa persona, a questo punto, può ancora farci due obiezioni: dire che la nostra domanda contiene assunzioni che lui ritiene sbagliate; dire che non condivide il nostro concetto di risposta e che se usassimo il suo non si produrrebbe alcuna contraddizione. Guardando agli altri due tipi di domande si possono ancora osservare un paio di cose: che dalla forma della domanda si può identificare il tipo e che probabilmente ci sono ulteriori sottospecie di domande. Una domanda seconda lascia sempre due opzioni, per questo la si riconosce facilmente. Mentre per le domande terze qualsiasi domanda che incominci con: come, quando, dove, perché, chi, cosa, costituisce una domanda terza. Come sottospecie delle domande seconde è almeno riconoscibile la domanda di esistenza: esiste o non esiste x? Nel caso delle domande terze è almeno riconoscibile come sottospecie la domanda definitoria, ossia “Che cos'è x?”, ma anche delle domande di luogo (Dove?), tempo (Quando?), metodo (Come?) e così via.


6) Strategie per rispondere alle domande

Se si adotta il mio modello ontologico delle domande, esistono dei metodi per rispondere alle domande che sono orientati a quel modello e che qui ho intenzione di illustrare. Le domande prime sono facili da risolvere perché seguono questo schema: ci sono due risposte, una contraddice la domanda, dunque è falsa e da questo ne segue che l'altra è necessariamente vera. Supponiamo che la domanda sia A', le due risposte saranno A e ¬ A. Nelle domande prime le risposte sono in una relazione per cui una è negazione dell'altra. In questo caso quando una delle risposte contraddice la domanda, l'altra è necessariamente vera, dunque non è difficile rispondere correttamente a queste domande, una volta che è stata individuata una contraddizione. Un esempio di domanda prima: È possibile conoscere qualcosa? La risposta “non è possibile conoscere nulla” è insensata e certamente implicherebbe la domanda “come fai a saperlo?”. È chiaro che è contraddittorio dichiarare che si sa che non si può sapere niente. A questo punto la risposta è sicura, tuttavia rimane ancora un problema: dal fatto che qualcosa è conoscibile non si può inferire che ogni cosa è conoscibile e nemmeno che una certa cosa particolare è conoscibile. La risposta “sì, è possibile conoscere qualcosa” non ci dice cosa è possibile conoscere, ci dice solo che almeno questo lo sappiamo e che se fingessimo di sapere il contrario, stiamo solo fingendo.

Nel caso delle domande seconde si può tentare di seguire lo stesso schema, ma con importanti differenze. Nelle domande seconde accade questo: ci sono due risposte possibili e queste non possono essere asserite come vere allo stesso tempo. Se si sceglie una delle risposte e si tenta di dimostrare la verità di questa risposta, questo sarebbe un atteggiamento sbagliato, in quanto, in quel caso, si assumerebbe già la verità di quella risposta. Non dobbiamo essere guidati da preferenze, dobbiamo considerare tutte e due le risposte allo stesso tempo. Prendendo ciascuna delle due risposte si devono analizzare le conseguenze che derivano dall'assumere quelle risposte come vere, ossia bisogna vedere cosa ne conseguirebbe se le cose stessero in un certo modo. Si incomincia con entrambe le risposte, si percorrono dei cammini a partire dalle conseguenze, quando in uno dei cammini si arriva ad una contraddizione l'altra risposta risulta vera. La contraddizione si produce in vari modi: una informazione già conosciuta contraddice una delle derivazioni; un fatto contraddice una delle derivazioni.

Un esempio di domanda seconda: è lo struzzo un uccello? La risposta “no” avrebbe come conseguenza che lo struzzo non ha quelle caratteristiche che lo rendono come tale un uccello, per esempio potremmo pensare al fatto che non è in grado di volare. Tuttavia, se abbiamo l'informazione che le galline sono degli uccelli, possiamo derivare che questa osservazione è sbagliata e che la risposta “no” deve trovare altre ragioni per dimostrare che lo struzzo non è un uccello. Qualora non se ne trovassero, ne seguirebbe che la risposta “si, è un uccello” è quella vera, dal momento che non vi sono qualità dell'uccello che mancano allo struzzo.

Nel caso delle domande terze, seguire lo schema delle domande prime è difficile, ma non è del tutto impossibile. Esiste un metodo per fare questo ed è il metodo che io chiamo: metodo Cluedo. Il problema delle domande terze è che hanno più di due risposte possibili e il numero esatto di risposte possibili non è possibile saperlo. L'unica cosa che si può fare è cercare di catturare con un metodo il maggior numero di risposte possibili che si riesce rispetto al totale indefinito delle risposte possibili di quella domanda terza. Una volta fatto questo è possibile all'interno di quell'insieme di risposte usare un metodo per scartare tutte le risposte che sono contraddette da informazioni o da fatti, in modo che ne rimanga solo più una o quelle poche che possano dirsi vere.

Il metodo che intendo presentare segue lo schema del famoso gioco Cluedo dove i giocatori devono scoprire chi è stato a commettere un certo omicidio, dove è avvenuto questo omicidio e con che arma è stata uccisa la vittima. Il gioco è governato da tre domande: chi è l'assassino? Dove è avvenuto l'omicidio? Con che arma è stata uccisa la vittima? A queste domande si aprono una serie di risposte possibili che sono date dal numero finito di carte del mazzo. Ci sono tre tipi di carte nel mazzo: possibili assassini, possibili luoghi del delitto, possibili armi del delitto. Ogni singola carta rappresenta un elemento, mentre le tipologie di carte costituiscono delle serie. Se si prende una carta da ogni tipo si ottengono delle combinazioni possibili, ad esempio: Anna nella veranda con la spranga, Matteo con il fucile nella sala da biliardo, Gianni nella camera da letto con il veleno, ecc. Nel gioco accade che le tre carte che rivelano chi è l'assassino, dove è stato commesso l'omicidio e quale arma è stata usata, sono messe da parte rispetto al mazzo e i giocatori devono indovinare che carte sono. Di tanto in tanto viene pescata da un giocatore una carta dal mazzo. Questa carta conferisce un'informazione al giocatore. Egli sa che non è stata una certa persona, che non è avvenuto l'omicidio in un dato luogo o che non è stata usata una certa arma. In questo caso il giocatore può escludere una o più delle risposte possibili. Per esempio, se pesca la carta Anna, sa che tutte le ipotesi che avevano Anna come assassina sono tutte false, perché la sua carta è nel mazzo e non è uno di quelle tre messe da parte. Il gioco va avanti seguendo questo schema, fino a che non si scoprono la stanza, l'arma e l'assassino.

La mia proposta è di seguire lo schema di questo gioco per risolvere la questione delle domande terze, se si intende continuare a seguire lo schema suggerito prima dalle domande prime e poi dalle domande seconde. Bisogna costruire delle serie e assegnare una serie di elementi alle serie. Prendendo un elemento per ogni serie è possibile costruire una risposta possibile ad una domanda e facendo questo con tutte le serie si costruisce un set di risposte possibili alla domanda. Il problema in questo metodo è come stabilire le serie da inserire e i vari elementi. Questo dipende dalle informazioni che già possediamo sull'argomento. In questo caso gioca un ruolo notevolmente importante l'operatore R.I.D.

Alla domanda “che cos'è la libertà?” potremmo tentare di rispondere trovando una serie di opzioni su ciò che essa potrebbe essere a partire da quel che sappiamo sulla libertà. Possiamo, per esempio, costruire una serie di elementi “autodeterminazione, indipendenza, causa prima di una serie di azioni, vivere nel proprio spazio senza interferenze, fare ciò che si vuole, agire in conformità del proprio intelletto, il superamento dell'istinto animale”. Questa incomincia ad essere una serie di risposte possibili. Analizzando alcune risposte potrebbe capitarci di trovare risposte che dicono la stessa cosa, altre che non possono stare assieme, altre ancora che colgono degli aspetti del tema. Ogni risposta risolve il problema, ma non lo fa scomparire, in quanto ogni risposta implica nuovi concetti e rimanda ad altre domande.

Esiste un altro metodo per rispondere alle domande terze che consiste in questo: usare l'operatore R.I.D., trovare tutte le informazioni che si sanno sul dato e costruire con queste un'ipotesi di risposta, testare la risposta e vedere se supera quel famoso test di contraddizione, se questo non accade, provare con un'altra ipotesi di lavoro con nuove informazioni.


7) Gerarchia delle domande

Il secondo teorema delle domande afferma che non esiste una domanda che viene prima di tutte le domande e che non rinvii ad altre domande. Tuttavia con questo non è stata eliminata la gerarchia e questo non significa che non possa esserci un insieme finito di domande che si rimandano a vicenda da cui tutto dovrebbe derivare. Quindi rimangono ancora attivi due problemi: che ogni domanda è sempre in due relazioni (viene prima di certe domande; viene dopo di certe altre); è possibile che esista un numero finito di domande da cui tutte le altre si ricavano.

Seguendo il mio modello ontologico esistono tre possibilità principali: o si incomincia con le domande prime, o si incomincia con le domande seconde, oppure con le domande terze. Sarebbe molto bello incominciare con le domande prime e dimostrare che sono queste le prime domande, visto che da queste si ricavano risposte sicure. Tuttavia questo non è possibile. È sufficiente fare un C. o un S.A.N.D. per accorgersi che le domande prime implicano domande terze e seconde.

Se si decidesse di incominciare con le domande seconde non avrebbe alcun senso ugualmente, infatti le domande seconde, se si applica un C., si scopre che implicano almeno delle domande terze e potrebbero anche implicare delle domande prime.

Dato che il C. è un processo necessario per tutte le domande e le domande che sono implicate dal C. sono domande definitorie terze, si potrebbe pensare di incominciare da questo tipo di domande. Tuttavia anche questo tentativo non funziona, perché basta applicare un S.A.N.D. per accorgersi che le domande terze implicano delle domande seconde.

All'interno delle domande esistono almeno due sottospecie di domande che, pare, vengano prima delle altre: le domande definitorie e le domande di esistenza. Le prime sono domande terze della forma “che cos'è x?”, le seconde sono domande seconde della forma “esiste o non esiste x?”. L'esistenza o meno di x implica il sapere cosa è x, ma allo stesso tempo sapere cosa è x implica il domandarsi se x esista o meno. Questo è il problema che è emerso anche in ontologia ed è formulato con questa domanda seconda: bisogna sapere cosa sono le cose per dire che esistono, oppure bisogna sapere se esistono per dire cosa sono? Quel che è certo è che le domande definitorie rinviano a quelle esistenziali e quelle esistenziali a quelle definitorie. A questo punto potrebbe essere che dalla combinazione di questi due tipi di domande, si ricavi un insieme finito di domande da cui partire e da cui derivare tutte le altre. Una possibilità che io stesso ho visionato è che le domande che vengono per prime siano queste quattro:

  1. che cos’è l’essere?
  2. che cos’è l’ente?
  3. esistono le essenze?
  4. che cos’è l’esistenza?

Se tutte le domande, una volta applicato un C., rinviano a domande definitorie del tipo: “che cos'è x?”, il domandante di questa domanda implica solamente i concetti di “ente” (cosa) e di “essere”. Quindi le domande sono: che cos'è l'essere?; che cos'è l'ente?. Si può obbiettare che queste domande definitorie implicano l'esistenza di una prospettiva molto particolare: quella della teoria essenzialista. La definizione è una lista di qualità che descrive la natura dell'ente, la natura dell'ente è, in questo senso, l'essenza. Ma cosa accade se io non credo nelle essenze? Tutte le domande definitorie perdono di significato per me. A questo punto queste domande implicano la domanda seconda “esistono le essenze?”, la quale implica la domanda terza “che cos'è l'esistenza?”. Assumere un modello di questo genere significa rispondere alla terza domanda necessariamente “sì, esistono le essenze”, altrimenti le altre tre domande perdono di significato. Tuttavia, io stesso che non credo negli universali avrei difficoltà ad adottare un modello di questo genere.

Ora io suppongo che ogni forma di sapere risponda ad un numero finito di domande e che questo numero finito di domande permetta di individuare un dato sapere. Quindi la fisica, ad esempio, deve rispondere ad un insieme finito di domande che sono elementi di un insieme: l'insieme delle domande della fisica. La stessa cosa vale per ogni altra disciplina: filosofia, chimica, biologia, ecc. All'interno di ciascuno di questi insiemi sono individuabili, a loro volta, delle domande che vengono prima di tutte le altre. Queste domande le chiamo “domande di primo ordine”. È importante che la scienza risponda prima a queste domande perché in queste risposte trova i suoi fondamenti. Alcuni concetti sono necessari per fare scienza, rispondere alle domande di chiarificazione di questi concetti diventa essenziale nelle scienze.








8) Campi dei problemi

La problematica usa un metodo basato sulla logica-matematica, si fonda su una serie teoremi e utilizza degli operatori per studiare le domande. Inoltre la problematica definisce dei metodi per rispondere alle domande, seguendo determinate ontologie delle domande, ossia determinate classificazioni delle domande. La problematica inoltre ha un metodo per studiare lo spazio del problema e quali sono le posizioni assunte rispetto al problema. Lo spazio del problema è quell'insieme di opzioni di risposta che il problema lascia aperto. Queste opzioni sono chiaramente le risposte possibili. Se si prende un piano orizzontale, questo piano potrebbe rappresentare lo spazio del problema. Ora si tratta di dividere quello spazio in tante parti almeno per quelle posizioni possibili che sono state assunte nei confronti di un problema. Con le domande prime e le domande seconde, il discorso è molto semplice: essendo le risposte possibili due, allora lo spazio sarà diviso in due. Nel caso delle domande terze il discorso è decisamente più complesso. Infatti come possiamo conoscere tutte le risposte possibili a queste domande? Possiamo tuttavia conoscere quelle posizioni che hanno assunto i vari studiosi, gli scienziati o i filosofi, nei confronti di un certo problema, di modo tale da dividere lo spazio del problema per il numero delle posizioni assunte.

Il caso semplice, come ho già detto, consiste in quello delle domande seconde e delle domande prime, le quali hanno solo due risposte possibili. Partendo da questo è già possibile illustrare una struttura di base di un campo di problemi. Il campo, come ho già detto, è diviso in due parti, queste due parti hanno delle caratteristiche speciali che si riferiscono all'ambiente e al paesaggio. Ad ognuna delle due posizioni va assegnato un paesaggio specifico. Esempio:

- deserto

- savana

- foresta innevata

- pianura

-steppa

- giungla

Questi elementi servono per contraddistinguere una zona nel campo da un'altra. È possibile pensare il deserto e la giungla come due opposti, uno molto povero e un altro molto ricco. È un opposizione di base che potrebbe tornare molto utile in un caso come questo, laddove le risposte sono solo due e una è l'opposto dell'altra. Le risposte sono normalmente: A e ¬ A. Ad A si può assegnare la giungla e a ¬ A il deserto, visto che la seconda rappresenta solo una negazione. Prendendo la domanda prima “Esiste qualcosa di dimostrabile?” le sue risposte possibili saranno: sì, qualcosa è dimostrabile; no, nulla è dimostrabile. In questo caso abbiamo un campo diviso in due: una zona di giungla e una di deserto. Tuttavia queste due zone non possono toccarsi, in quanto è impossibile che tutte e due le risposte siano vere, per questo esiste una disgiunzione esclusiva tra le due risposte. È interessante vedere come determinati operatori logici, come ad esempio l'or o l'and, sono facilmente traducibili in elementi scenici. Una disgiunzione può essere rappresentata facilmente da qualunque cosa divida due territori: montagne, fiumi, laghi, muri, ecc. Una congiunzione può essere rappresentata da qualsiasi cosa congiunga due territori: ponti, vallate, sentieri, valichi o canali sotto le montagne che collegano parti opposte, ecc. Nel caso delle domande prime e seconde quello che serve è un elemento che divida totalmente le due risposte. Come elemento si può usare semplicemente un bel fiume che divide le due posizioni.

A questo punto rispetto alla domanda prima che ho citato precedentemente ci troviamo in un situazione di questo tipo: la mappa ha un deserto e una giungla ai due lati, i quali sono divisi da un fiume. Le varie parti sono divise in esagoni che costituiscono delle unità-territorio. Su ognuna di queste unità-territorio è possibile collocare un personaggio che sta per il soggetto che sostiene quel tipo posizione. Il personaggio costituisce un'unità-armata. Il numero delle unità-armata costituisce il numero dei sostenitori di una posizione rispetto ad un problema. Anche se il numero fosse molto alto da una parte e molto basso dall'altra, questo non conterebbe nulla, infatti la risposta corretta potrebbe essere quella sostenuta dalla minoranza. Il campo dei problemi serve solo per studiare lo spazio del problema, cercando di individuare le vari posizioni che si possono assumere e i vari vantaggi. Questo tipo di conoscenza si acquisisce sia osservando questo spazio, sia nel costruirlo. Quando una posizione ha dei punti di forza, ovvero degli elementi a suo favore, questi elementi possono essere rappresentati da dei cannoni che puntano sulla posizione contraria. In una domanda prima, laddove una delle due risposte è vera perché l'altra contraddice la domanda, i cannoni sono tutti da un solo lato. Nella domanda seconda i cannoni vanno assegnati mano a mano che si trovano punti di forza per una data risposta.


Il caso più complicato, come ho già detto, è costituito dalle domande terze, ma forse potrebbe essere quello più eccitante. In questo caso i paesaggi non sono due semplici opposti, ma saranno molto più variegati. Inoltre, in questo caso, è possibile aggiungere altri elementi scenici degni di interesse. Per esempio si può inserire una città per rappresentare una comunità che sostiene un'accezione specifica all'interno di una determinata posizione.

Vediamo un esempio concreto: le posizione in filosofia nei confronti del problema del rapporto tra la mente e il corpo in filosofia della mente.

Queste posizioni le dividiamo in tre: eliminativisti, riduzionisti e non-riduzionisti. Il campo è ora diviso in tre: deserto, savana, foresta nera. Una catena montuosa divide i non-riduzionisti dagli eliminativisti, mentre i non-riduzionisti dai riduzionisti sono divisi solo da un fiume e così accade anche per l'altra coppia. In questi tre territori è possibile collare unità-armate di chi sostiene determinate posizioni, ad esempio i Curchland rientrano sotto gli eliminativisti o Chalmers sotto i non-riduzionisti. Guardando allo stato attuale della scienze neurofilosofica e i suoi risultati di ricerca, è possibile assegnare dei cannoni per ogni risultato che porta punti a favore di una posizione rispetto ad un'altra. All'interno dei non-riduzionisti è possibile riconoscere almeno una comunità (città) di fenomenologi. Tuttavia è problematico se queste posizioni come la fenomenologia, o altre ancora come il pampsichismo, siano davvero tutte su un solo lato. Se non così, questo apre la possibilità, in alcuni punti, di creare delle congiunzioni, ad esempio tra i non riduzionisti e i riduzionisti, congiunzioni che possono facilmente essere rappresentate da ponti che permettono di passare da un lato del fiume all'altro.

Questo è lo stato dell'arte della problematica, ossia fino ad ora sono arrivato a questo punto. Ora sono aumentati gli operatori di numero e i vari teoremi. Inoltre è stato sviluppato meglio un sistema per cartografare i problemi e quindi studiare il loro spazio. Rimangono ancora parecchi problemi aperti: se esistano davvero delle domande che vengono prima di tutte le altre; quali siano le domande di primo ordine per ogni scienza e come individuarle; la logica delle domande rimane qui, tutto sommato, ancora un abbozzo.