sabato 10 febbraio 2018

Levi Bryant: la rivoluzione nel trascentale di Roy Bhaskar III b













b) Levi Bryant: ontologia orientata alle macchine


1 Cambiamento di paradigma in Levi Bryant: il trascendentale di Roy Bhaskar all'interno del rapporto tra ontologia ed epistemologia







Levi Bryant è l'inventore del termine ontologia orientata all'oggetto(O.O.O.). Anche Bryant, come Graham Harmann, è un filosofo americano e un realista speculativo. La sua formazione è in filosofia, ma anche in psicoanalisi di stampo lacaniano. Come Harman possiede un blog (larval subjects) che potete trovare a questa pagina. Si interessa in particolare di Deleuze, Lacan e Žižek. Ha scritto tre testi: Difference and Givenness: Deleuze's transcendental empiricism and the ontology of immanence; The domocracy of objects; Onto-Cartography: an ontology of machines and media. È mia intenzione incominciare un'analisi del testo The domocracy of objects, che rappresenta lo scritto all'interno del quale Bryant presenta la sua forma di ontologia orientata all'oggetto.



Quando usiamo la parola "oggetto", nota Bryant, gli associamo spesso la parola "soggetto" come suo opposto. La sfida dell'ontologia orientata all'oggetto consiste nell'eliminare completamente questa distinzione, ossia considerare anche il soggetto come un oggetto. Eliminando questa distinzione si estende l'uso della categoria di oggetto. Dire, al contrario, che l'oggetto è l'opposto del soggetto, significa pensare l'oggetto in relazione al soggetto. L'immagine classica dell'oggetto funziona proprio così. Secondo quell'immagine il soggetto intrattiene una relazione privilegiata con l'oggetto che noi chiamiamo solitamente "esperienza". Tra il soggetto e l'oggetto sta la rappresentazione come immagine mentale del soggetto dell'oggetto. Di solito si dice che chi crede che quell'immagine corrisponda all'oggetto esterno così come è, è un realista, magari un realista diretto, mentre chi crede che la rappresentazione sia una costruzione mentale e dipenda da come il soggetto è fatto, è un idealista. Tuttavia, nel caso di Bryant, che è un realista speculativo, la realtà non è solo l'oggetto della percezione e gli oggetti non si riducono alle manifestazioni locali che di volta in volta si danno nel campo dell'esperienza. L'oggetto è molto più di tutto questo e il realismo, in un certo senso, è aumentato. Per prima cosa, come molti filosofi continentali oggi, Levi Bryant distingue l'epistemologia dall'ontologia. È importante distinguere l'essere dell'oggetto da ciò che noi sappiamo dell'oggetto. L'essere dell'oggetto riguarda l'ontologia, mentre ciò che sappiamo dell'oggetto riguarda l'epistemologia. Il testo di Bryant ha come oggetto l'ontologia, perciò si rivolge all'essere dell'oggetto. L'oggetto non è inteso come ciò che è dato ai sensi, altrimenti si ricadrebbe nella logica delle teorie dell'accesso. Nelle teorie dell'accesso l'oggetto è conoscibile ed è in quanto il soggetto ne ha accesso, ma non possiamo dire nulla di ciò a cui non abbiamo accesso. Quel che cerca Bryant è un oggetto senza soggetto. Bryant si riferisce a collettivi, poiché concepisce l'oggetto come una molteplicità che non si dissolve in una totalità, allo stesso modo di Deleuze. Inoltre Bryant afferma che la differenza tra l'uomo e gli altri oggetti non sta nella specie, ma nel grado.

Ho detto che uno dei problemi che viene spesso posto dai realisti speculativi consiste nel ripensare il rapporto tra l'epistemologia e l'ontologia. Questo accade perché in passato alcuni filosofi hanno concepito l'essere delle cose come dipendente dalle nostre facoltà cognitive, di modo tale che se vogliamo sapere come è possibile la conoscenza degli oggetti, dobbiamo chiederci come siamo fatti noi per percepire e pensare gli oggetti in un certo modo. Questo modo di pensare ha un'origine ben precisa: la rivoluzione copernicana di Kant. In questi termini Kant pensa il trascendentale. Con il termine trascendentale si intendono le condizioni di possibilità. In questo caso Kant afferma che le condizioni di possibilità della conoscenza dell'ente, ossia le condizioni di possibilità della scienza, vanno ricercate nel mondo in cui il soggetto è costituito. In particolare il riferimento di Kant va alle forme a priori della sensibilità (spazio e tempo) e alle categorie dell'intelletto. Il realista speculativo rompe con l'idea correlazionista kantiana secondo la quale l'oggetto può essere conosciuto solo in quanto in relazione ad un soggetto. Perciò i realisti speculativi rompono con il trascendentale kantiano, ma non con il trascendentale in generale. Oggi il problema più grosso nella filosofia continentale consiste nel ripensare il trascendentale. Nel passato più recente Derrida, Deleuze e Foucault si erano già cimentati nell'impresa. Bryant ha scritto un importante libro sul tema del trascendentale in Deleuze (Difference and Givenness: Deleuze's transcendental empiricism and the ontology of immanence), tuttavia Bryant trova un'alternativa al trascendentale kantiano nell'epistemologo Roy Bhaskar. Non è il primo a far riferimento a questo filosofo, è già stato citato in un testo da Manuel De Landa (A new philosophy of society). Lo scritto di riferimento, per quanto riguarda Bhaskar, è A realist theory of science. Perché Bhaskar? perché è un realista e perché ha cambiato completamente il paradigma nel trascendentale. Lui non si chiede come dobbiamo essere fatti noi uomini affinché sia possibile la scienza, ma come deve essere fatto il mondo. Definendo "transitiva" la conoscenza riguardo a ciò che dipende dall'esistenza dell'uomo e "intransitiva" la conoscenza riguardo oggetti che non dipendono per la loro esistenza dall'esistenza dell'uomo, Bryant afferma che per Bhaskar è l'esistenza di oggetti intransitivi che rende possibile la scienza. Gli oggetti transitivi della conoscenza per Bhaskar sono gli oggetti artificiali come le macchine, che sono state costruite e dipendono dall'uomo. Poi ci sono oggetti intransitivi che sono tali, proprio perché non dipendono dall'uomo. Esempio di Bhaskar: Darwin scopre il processo dell'evoluzione attraverso i meccanismi della selezione naturale; questi processi non sono prodotti dall'uomo o da Darwin, ma hanno un'esistenza che precede l'uomo e Darwin. Non è la stessa cosa del computer, in quanto il computer è stato pensato e progettato dall'uomo. Bhaskar, dunque, ammette l'esistenza di oggetti intransitivi senza la scienza, ma non si può immaginare la scienza senza oggetti intransitivi. L'ontologia in Bhaskar ha come oggetto gli oggetti intransitivi e deve rispondere alla domanda trascendentale: come deve essere fatto il mondo perché la scienza sia possibile? Solo studiando questo tipo di oggetti è possibile rispondere a questa domanda e a un'altra: come deve essere fatta la scienza, di modo che possiamo conoscere questi oggetti intransitivi? Il realismo trascendentale, posizione a cui si richiama Bhaskar, sostiene che la scienza presuppone l'esistenza di oggetti transitivi a partire dai continui mutamenti nella scienza stessa. La terra era oggetto di indagine sia di Tolomeo che di Copernico e Keplero. Questi astronomi, tuttavia, sono molto diversi, ma ci deve essere un oggetto intransitivo comune, in questo caso il pianeta terra, che sia l'oggetto comune di studio. Se è possibile la scienza, questo dipende da come è fatto il mondo, ma l'essere del mondo in un modo o nell'altro è del tutto contingente. Gli oggetti intransitivi di Bhaskar sono delle strutture che hanno la caratteristica di essere spesso fuori di fase (out of phase) rispetto ai pattern degli eventi. Bhaskar si rifà anche al pensiero di Eraclito e osserva che quanti temono il pensiero di Eraclito perché lo accusano di avere come conseguenza l'impossibilità della conoscenza, visto che, secondo Eraclito, tutto muta e non c'è niente che permanga, si sbagliano, in quanto Eraclito non negava l'esistenza di strutture che rimangono identiche nelle cose. Questi oggetti intransitivi sono strutture che possono essere attive o meno e quando sono attive producono eventi.

 

Una posizione molto diversa da quella del realismo speculativo è la posizione empirista, infatti molti empiristi tendono all'idealismo (es. Berkeley). Normalmente la posizione empirica è oggetto di critica da parte degli ontologi orientati all'oggetto perché l'empirista riduce l'oggetto alle sensazioni e alle impressioni. Nel caso di Bryant il problema è più grosso: l'empirista riduce la realtà all'empirico, ossia a tutto ciò che è sensibile. Inoltre l'empirista ha una visione atomistica della realtà e pensa il fenomeno della causalità come una costante congiunzione di eventi ed impressioni nell'esperienza. In questo modo, come ha notato Graham Harman, l'empirista tende a connettere il problema della causalità a quello dell'abitudine (es. Hume) e perciò a far passare la causalità per l'uomo. L'uomo diventa una condizione per la sussistenza degli eventi causali. Infatti senza l'uomo non ci sarebbe esperienza alcuna, tanto meno la costante congiunzione di eventi nell'esperienza. Tuttavia, che la causalità non dipenda dall'uomo è un requisito necessario per la scienza. Secondo Bhaskar la congiunzione costante di eventi è un'eccezione piuttosto che una regola. In questo senso Bhaskar distingue i sistemi chiusi dai sistemi aperti. Un sistema chiuso è un sistema dove si ottengono congiunzioni costanti di eventi. Un sistema aperto è un sistema dove il potere dell'oggetto non è attivo o è nascosto dall'intervento di altre cause. Quest'ultimo tipo di sistemi, secondo Bhaskar, sono i più frequenti. Il regno del Reale secondo Roy Bhaskar contiene molto di più delle semplici impressioni. Il Reale prevede almeno altri due elementi: gli eventi e i meccanismi generativi. Baskar usa una tabella di questo tipo:


Empirico
Attuale
Reale
Impressioni
X
X
X
Eventi

X
X
Meccanismi


X

Tre regni: l'empirico; l'attuale; il reale. La realtà o il reale comprende tutti e tre i tipi di entità (impressioni, eventi, meccanismi). L'attuale comprende gli eventi e le impressioni. L'empirico, invece, riguarda solo le impressioni. Si capisce ora il problema dell'empirista: che cosa può essere la causalità dal punto di vista di crede che il reale si riduce all'empirico? La causalità in quel caso non può che riguardare le impressioni. Nella teoria di Bhaskar, come vedremo, sono i meccanismi che rendono possibile la causalità. I meccanismi sono tendenze o potenzialità che possono essere esercitate dagli oggetti.

A questi argomenti a favore del realismo Bryant oppone tre obiezioni che immagina potrebbero venir facilmente in mente al correlazionista e risponde a ciascuna di esse. Le obiezioni sono le seguenti:

1) Se pretendo di sapere qualcosa degli enti prima di poterli conoscere, per esempio affermo l'esistenza di enti indipendentemente dalla conoscenza e la mente umana, allora affermo di conoscere ancora prima di conoscere.

2) Quando affermo che gli enti esisterebbero anche se l'uomo non fosse, io immagino un mondo senza l'uomo. Tuttavia non posso immaginare un mondo senza l'uomo senza immaginare me stesso in quel mondo, o immaginare me stesso che immagino il mondo senza l'uomo.

3) Quando penso che gli enti di questo mondo non dipendono per l'esistenza dalla mia esistenza, ogni volta che lo penso devo pensare anche a me stesso in quanto lo penso e perciò non posso fare a meno di porre me stesso in quanto pensante.

La prima obiezione cade con la distinzione delineata da Bryant tra l'ontologia e l'epistemologia. Come ha detto Bhaskar: perché la scienza sia possibile devono esistere degli oggetti intransitivi. La terra di cui parlava Telomeo è la stessa di Copernico, nonostante il fatto che entrambi la descrivano in modi diversi. Non sarebbe nemmeno possibile l'astronomia se non esistessero oggetti intransitivi come i pianeti e le stelle. L'esistenza dei pianeti e delle stelle chiaramente precede quella dell'uomo, non dipende dalla nascita di un campo scientifico come l'astronomia. L'ontologia, sostiene Levi Bryant, non dice quali oggetti esistono, ma che degli oggetti esistono. Alla seconda obiezione Levi Bryant risponde seguendo la linea di pensiero di Quentin Meillassoux. Meillassoux afferma che se non fosse possibile pensare il mondo senza l'uomo, allora pensare l'estinzione del genere umano sarebbe impossibile. Eppure l'estinzione rimane un fatto possibile. Se dicessimo che pensarci morti significa ancora porre noi come vivi, come esistenti, in quanto pensanti, allora pensare la morte è impossibile oppure siamo immortali. Secondo Meillassoux il totale annichilimento deve essere pensabile per il semplice fatto che è possibile. La terza obiezione riguarda il carattere riflessivo del pensiero, carattere che viene posto come assoluto dal correlazionista. Il correlazionista qui afferma che ogni pensiero è riflessivo. Bryant ammette l'esistenza di pensieri riflessivi, ma non estende questo a tutti i pensieri, in quanto questo porterebbe ad un regresso all'infinito. Infatti se ogni pensiero fosse riflessivo, questo significherebbe che ogni volta che penso a qualcosa devo pensare a me stesso in quanto la penso, ma poi devo pensare al fatto che sto pensando che sto pensando a una certa cosa e così via.

L'obbiettivo della critica del realismo è una certa posizione che Roy Bhaskar chiama "attualismo" e che potrebbe essere anche identificata con l'empirismo. L'attualismo rimanda necessariamente al correlazionismo in quanto pensa come esistente solo la realtà attuale, ma la realtà attuale è la realtà così come è data ad un soggetto, in quanto il soggetto la percepisce. Al contrario il realismo trascendentale di Bhaskar afferma l'esistenza non solo dell'empirico o delle impressioni, ma anche di eventi e soprattutto meccanismi generativi negli oggetti. Questa ultima componente sarà identificata da Levi Bryant con il virtuale. La fallacia dell'empirismo e del correlazionismo è particolarmente evidente nel caso della causalità. Se lancio un martello contro una finestra e la finestra si rompe, secondo Hume io collego con la mia mente i due eventi. In Hume la connessione non è necessaria, ma semplicemente probabilistica. Hume afferma che la causalità è fondata sulla costante congiunzione degli eventi e questa dipende dall'abitudine. Da questo Hume giunge alla conclusione scettica secondo la quale immaginiamo che le attuali leggi della fisica varranno in avvenire semplicemente perché siamo abituati a vedere che le cose vanno in quel modo, piuttosto che in un altro. Per risolvere questo problema Kant introduce la nozione di a priori, affermando che la conoscenza non può basarsi solo sul dato empirico, ma deve essere determinata anche dal concetto. La causalità diventa una delle categorie dell'intelletto ed è grazie a questa che possiamo conoscere connessioni causali che possano essere dette universali e necessarie. Il problema di Hume e Kant è che la causalità ora dipende dall'esistenza dell'uomo. In particolare in Kant la causalità dipende da come l'intelletto umano è fatto. Il realista speculativo cerca di uscire da questo inghippo, il quale non gioca a vantaggio della scienza. Nel caso di Levi Bryant la strategia è la seguente: affermare l'esistenza di meccanismi generativi negli oggetti che rendano possibili le relazioni causali. In questo modo Bryant si impegna nel sostenere l'esistenza del virtuale nella sostanza. In sintesi il realismo speculativo sostiene l'esistenza degli enti come indipendente dai soggetti, pur continuando ad essere consapevole della diversa percezione del mondo da parte dei soggetti. La rana e l'ameba, per prendere l'esempio di Bryant, hanno una percezione completamente diversa del mondo. Per la rana l'ameba è un essere troppo piccolo per significare qualcosa a lei, tuttavia esiste un ambiente in cui sono presenti entrambi questi esseri e nessuno dei due è dipendente, per quanto concerne l'esistenza, dall'esistenza dell'altro.


Nel prossimo articolo parlerò più dettagliatamente del virtuale in Levi Bryant, di come Bryant pensi il virtuale nell'oggetto e della vicinanza della teoria di Bryant a quella di Manuel De Landa.

sabato 3 febbraio 2018

L'avvenire della filosofia è nell'informatica








Negli ultimi anni nella filosofia sono aumentati i campi di studio (neuroscienze, biologia, fisica, mondo sociale, ecc.). Uno degli ambiti più interessanti è l'informatica. Questo ambito aprirebbe sbocchi molto significativi in filosofia non solo nel settore della ricerca, ma anche e soprattutto in quello della tecnologia. In questo breve testo ho intenzione di incominciare a individuare tutti gli ambiti possibili dell'informatica in cui la filosofia potrebbe inserirsi. Del resto, come spiegherò più avanti, è l'informatica stessa ad essersi già interessata di filosofia in tempi recenti. Quando avevo seguito il corso di informatica ricordo che il professore, sapendo che aveva di fronte un pubblico di studenti di filosofia, aveva tentato di avvicinarsi alle nostre tematiche e lo aveva fatto incominciando a parlare di temi di etica in ambito informatico. In effetti se si dovesse pensare un collegamento tra la filosofia e l'informatica la prima cosa che verrebbe in mente è l'etica. Gli esempi di casi che coinvolgono l'etica nell'informatica sono moltissimi: il famosissimo caso Snowden; i video di violenze che girano sui social network; i problemi di privacy rispetto ai dati; il problema della tutela della proprietà intellettuale nel mondo digitale (temi di informatica giuridica e filosofia del diritto). In filosofia ci sono molte teorie sull'etica, il materiale non manca. A dire il vero esiste anche una branca dell'etica che si occupa proprio di temi informatici. Il creatore di questa branca è un filosofo italiano che è andato ad insegnare in Inghilterra, il suo nome è Luciano Floridi. Tuttavia quella dell'etica è solo una delle tante branche della filosofia che è applicabile all'informatica, ce ne sono molte altre: ontologia, epistemologia, estetica, filosofia del diritto, ecc.

Il destino della filosofia ha incrociato abbastanza spesso quello dell'informatica. In passato ho sostenuto che la filosofia è matematica. Il modo più semplice per sostenere una tesi del genere è farlo a partire dalla logica. Lo stesso Aristotele conferma la mia tesi in un passaggio della Metafisica quando scrive:

«Il filosofo è come quello che di solito si chiama matematico, e la matematica ha parti, perché in essa c'è una scienza prima, una seconda, e altre successive.» (Aristotele, Metafisica, Utet, Torino, 2005, p.266)

Non è un caso che cito Aristotele! Aristotele è il vero filosofo dell'informatica. Spero che in questo testo riuscirò a convincervene. Nella rivista americana The Atlantic è comparso un articolo dal titolo How Aristotle created the computer. Secondo l'articolo la creazione del computer va pensata come una storia delle idee che vengono dal campo della logica. La logica matematica è stata sviluppata più recentemente da Boole e Frege, ma il vero padre della logica rimane sempre Aristotele. Mentre la logica aristotelica compie i primi passi verso la formalizzazione, ma rimane sempre sul piano della metafisica, la logica booleana è il primo modello vero di logica matematica. L'articolo sottolinea il fatto che nello spiegare la storia della nascita del computer si fanno molti elogi a Shannon e a Turing, ossia a chi materialmente ha ideato il computer, ma spesso ci si dimentica della storia della logica nella filosofia che ha dato un altrettanto importante contributo alla creazione del computer. In realtà Alan Turing è soprattutto un logico, un logico che, assieme ad Alonzo Curch, ha dimostrato l'indecidibilità della logica predicativa, ossia di quella logica formale che era stata inventata proprio dal filosofo Frege. Frege aveva realizzato il sogno di Leibniz del linguaggio universale per tutte le scienze e soprattutto era il primo ad aver formalizzato i quantificatori. Chi ha scoperto i quantificatori? Aristotele li ha scoperti. Aristotele è famoso per il suo sillogismo, un algoritmo che permette di passare dal generale al particolare. Esempio classico: tutti gli uomini sono mortali; Socrate è un uomo; Socrate è mortale. L'articolo riflette molto sull'influenza che ha avuto Aristotele sul matematico Boole. Boole in Laws of Thought ha formalizzato l'enunciato generale di Aristotele in questo modo: tutto ciò che è dell'insieme x (uomo) è anche dell'insieme y (mortale). Questo si scrive secondo Boole nel seguente modo: x = x * y. Claude Shannon usò la logica di Boole per creare circuiti elettrici. Questo fu anche il tema della sua tesi, tesi che si intitola Un'analisi simbolica dei relè e dei circuiti. Le tecnologie di Shannon, come spiegano nell'articolo, ora sono tecnologie che troviamo ovunque in informatica, anche in un moderno iPhone della Apple. Per capire come è veramente nato il computer, tuttavia, bisogna rivolgersi piuttosto ad Alan Turing e alla sua grande scoperta: l'indecidibilità della logica predicativa. Si dice decidibile un linguaggio della logica quando è possibile dire per ogni formula se questa formula è valida oppure no. La validità è espressa nella logica nei termini della conseguenza logica e una formula è conseguenza logica di un insieme di formule in logica se e solo se è impossibile che ciò che soddisfa tutte le formule dell'insieme non soddisfi anche quella formula. Quello che ha provato Turing è che non c'è un metodo per dimostrare che un dato argomento è valido, ossia che una certa formula è soddisfatta se e solo se appartiene ad un dato insieme di formule logiche. Il problema parte da un quesito di David Hilbert ed è noto come Entscheidungproblem (problema della decisione). Hilbert lo aveva pensato per la matematica, ossia si chiedeva se esistesse un algoritmo per dimostrare che un certo enunciato della matematica è vero oppure che è falso. La così detta macchina di Turing è stata pensata prima di tutto per risolvere un problema di questo tipo. Nell'articolo si dice che Alan Turing è stato il primo a pensare che motori, programmi e dati potessero lavorare assieme. Il primo computer che sfrutta il modello di Turing è l'ACE (Automatic Computing Engine). In sintesi l'articolo sostiene lo statuto di filosofo dell'informatica di Aristotele a partire dagli studi di Aristotele sulla logica. Come ho detto, del resto, il computer funziona anche grazie ad una tecnologia ispirata alla logica matematica, una tecnologia filosofica. Si noti, inoltre, come nella programmazione di fatto si fa molto uso della logica classica e del successo che ha avuto una teoria filosofica, come la teoria dei tipi di Bertrand Russell, all'interno della programmazione informatica.

Il legame tra la logica e l'informatica è molto stretto, ma non credo che l'uso di Aristotele in informatica finisca qui. Ho detto che oggi gli informatici sono molto interessati alla filosofia e questo riguarda soprattutto l'ontologia informatica. Si potrebbe pensare che l'ontologia informatica, dato che l'ontologia è una branca della filosofia, sia una branca della filosofia. In realtà è come un regno di mezzo che congiunge le due materie, dato che gli informatici stessi si interessano del tema. L'ontologia, per come la usano gli informatici, consiste in un gigantesco catalogo di ogni cosa. Spesso è usata per settori come il web o le banche dati. Il problema si capisce molto bene con un esempio di questo tipo: la divisione in cartelle e la distribuzione dei file. Prendo una cartella e la chiamo pdf, supponendo di metterci dentro tutti i libri con quella estensione. Pdf funziona come fosse un genere assoluto, genere sotto il quale ricadono tutte le tipologie di libri che metto nella cartella. Poi nella cartella apro altre cartelle scrivendo i nomi delle specie dei libri: filosofia, informatica, letteratura, storia, fisica, ecc. Nelle singole cartelle metterò altre cartelle con i nomi di autori, per esempio sotto filosofia posso mettere le cartelle: Gottlob Frege, Henri Bergson, Bertrand Russell, Jaques Derrida, ecc. In ogni cartella metto i libri che possiedo relativamente ad ogni autore. Con questo lavoro ho fatto una completa classificazione di tutti i miei file. Questo è quello che intendono gli informatici per ontologia. Chiaramente l'informatico non lo usa tanto per le cartelle, ma per le banche dati piuttosto o altro ancora. Questa accezione del termine ontologia, che non è l'unica, è stata creata dai filosofi. È un grande vecchio sogno dei filosofi quello di trovare un modo per classificare tutto ciò che esiste. Uno dei primi a farlo è stato proprio Aristotele nella sua Metafisica. Questa accezione di ontologia è riscontrabile nel metodo aristotelico della dialettica. Aristotele distingueva il genere dalla specie. Pdf è sicuramente il genere che accomuna tutti i file che hanno quella estensione. Dal momento che non tutti i file pdf sono identici, ve ne devono essere di molteplici specie. Allo stesso modo Aristotele diceva che l'animale è il genere che è comune sia all'uomo che al procione, solamente che il procione non è un animale razionale, ossia non appartiene alla stessa specie dell'uomo. Il problema consiste nel trovare i generi sommi e poi cominciare una divisione. I generi sommi secondo Aristotele sono le categorie. In generale Aristotele usava un metodo di divisione che segue la logica della non contraddizione. Per esempio il genere animale si divide in animali razionali e animali non razionali. Questo permette di generare un albero nel quale non ci sono rombi, ossia non ci sono elementi o sottospecie che ricadano contemporaneamente sotto categorie opposte. Questo problema della classificazione ha continuato a tormentare i filosofi anche dopo Aristotele fino a filosofi come John Wilkins e Roderick Chisholm. È degno di nota il fatto che gli informatici abbiano costruito un linguaggio di programmazione specifico proprio per l'ontologia, il linguaggio si chiama OWL (web ontology language).

Le meraviglie del pensiero di Aristotele non finiscono qua: la logica aristotelica esprime la prima forma di ragionamento deduttivo. È su questa forma di ragionamento che si basa l'intelligenza artificiale. Il computer è programmato per seguire determinate regole (generale) e quando si presenta un caso (particolare) che ricade sotto quella regola, la regola viene applicata. La filosofia è una grande scommessa sulla ragione e su come la razionalità giochi un ruolo essenziale nell'emancipazione dell'uomo e nel progresso. Con l'evolversi dell'informatica le macchine sono diventate sempre più complesse fino ai moderni robot. Il computer è nato come un calcolatore, perciò sorge una domanda spontanea: i computer e i robot hanno la ragione o almeno un modello un modello di razionalità strumentale? Il computer Deep Blue della IBM ha battuto il campione mondiale di scacchi, che conseguenze dobbiamo trarre da questo? che è stato più intelligente? Lo studio della robotica e dell'intelligenza artificiale è oramai entrato da parecchi anni nel dominio della filosofia. Inizialmente soltanto i filosofi analitici si interessavano del tema, ora anche alcuni continentali cominciano scrivere su questi argomenti. Nella filosofia analitica gli autori più interessanti sono Hilary Putnam, John Searle e Hubert Dreyfus. Putnam ha scritto in Mente, linguaggio e realtà alcuni capitoli sul rapporto tra la mente umana e i computer, con un particolare interesse per la macchina di Turing. Searle è famoso per l'esperimento della camera cinese, con il quale il filosofo intendeva dimostrare che il computer, a differenza dell'uomo, non è capace di conoscenza nel vero senso della parola. Hubert Dreyfus ha scritto un importante libro sul tema dei computer dal titolo: Che cosa non possono fare i computer. Dreyfus sostiene che l'intelligenza dei computer è diversa da quella umana. Mentre il computer segue semplicemente il ragionamento logico-deduttivo, l'uomo è capace di intuizioni e quando ha acquisito molto bene delle regole, non ha più bisogno di ricordarsele. Nella filosofia continentale ad interessarsi di intelligenza artificiale sono principalmente due autori: Steven Shaviro e Manuel De Landa. Shaviro ha scritto il testo Discognition in cui studia il pensiero umano e quello del robot. De Landa invece ha scritto un interessante libro sull'impiego dell'intelligenza artificiale in ambito militare (La guerra nell'era della macchine intelligenti) e un libro sul tema del cervello (Philosophy and Simulation: the emergence of synthetic reason) con un interesse per la teoria computazionale. Lo studio comparato della mente umana e dell'intelligenza dei robot è un settore che interessa vari ambiti della filosofia come la fenomenologia, la filosofia della mente e la neurofilosofia.

L'ontologia potrebbe interessarsi di moltissimi altri oggetti. Aristotele afferma che l'uomo è un animale sociale. Anche quando l'uomo è solo nella sua camera al computer si connette con gli amici e chatta. Oggi molta della realtà sociale è come se fosse trasferita su internet. L'ontologia sociale potrebbe studiare ed interessarsi anche dei social network. De Landa, ad esempio, ha dedicato una parte del suo libro sull'ontologia sociale a questo tema. Inoltre, dopo la svolta continentale dell'ontologia orientata all'oggetto e l'ontologia applicata degli analitici, lo spazio di studio sull'informatica potrebbe estendersi a qualsiasi oggetto. Così potrebbero nascere domande come: che cos'è ontologicamente un sito web? Come nascono gli oggetti nel web of things? Si potrebbe andare ancora oltre studiando proprio i meccanismi che stanno alla base di tutto il computer, è quello che sembra fare un libro come The logic of the digital di Aden Evens. Questo solo per quanto riguarda l'ontologia, ma ci sono ancora altre branche della filosofia come l'estetica. È possibile scrivere l'estetica della foto digitale o usare l'estetica come branca per studiare la grafica? Deve esserci un modo. Sono molti gli ambiti dell'informatica in cui la filosofia potrebbe introdursi e siamo solo all'inizio del viaggio.





sabato 27 gennaio 2018

Robert Nozick: come si fanno scelte ragionevoli V














Robert Nozick: l'utilità e la razionalità

Kant e Aristotele ci hanno insegnato due cose importanti per le azioni:  Kant ci dice che chi agisce lo fa sempre regolandosi in base ad un principio che chiama "massima"; Aristotele invece ci insegna che le azioni seguono la struttura mezzo/fine (l'etica di Aristotele: trovare i mezzi per raggiungere la felicità). Robert Nozick nel primo capitolo del libro La natura della razionalità si interessa principalmente della scoperta di Kant, ossia del fatto che esistono dei principi che guidano l'azione. Quando agiamo possiamo scegliere dei principi specifici che guidano le nostre azioni. Il principio ha natura generale, mentre i singoli casi in cui agiamo hanno chiaramente natura particolare. Il problema, quindi, per come lo presenta Nozick diventa questo: se posso ritenere valido un certo principio per i casi a, b, c, d, come posso dire che questo principio vale anche per il caso successivo e? Prima di tutto Nozick usa la distinzione della filosofia della scienza tra leggi scientifiche e le generalizzazioni accidentali. Le leggi scientifiche, a differenza delle generalizzazioni accidentali, sono valide per tutti i casi di un certo tipo. La legge della gravita, poste certe condizioni, vale sempre nella stessa forma. Kant distingue i principi pratici soggettivi o massime dai principi pratici oggettivi o leggi morali. La massima diventa legge morale solo quando vale in ogni tempo come principio di una legislazione universale. Per capire se una massima è legge Kant suggeriva di immaginarsi un mondo in cui tutti gli uomini agiscono con quella massima e pensare le conseguenze (es. se tu rubi in un mondo in cui tutti rubano, ruberanno anche a te). Se noi ci chiediamo se un certo principio sia corretto o meno in un dato caso, ossia se valga anche per "e", possiamo agire in modi diversi: possiamo basarci sulle esperienze passate; possiamo usare come principio che in casi simili valgono medesime regole. Chiaramente ognuna di queste due opzioni conosce eccezioni. Nozick afferma che, in ogni caso, quando adottiamo un principio siamo legati ad esso, in quanto non potremo agire se non in conformità con il principio, se vogliamo essere coerenti rispetto ad esso. Quando qualcuno adotta una serie di principi dovrebbe rispettarli. Il problema consiste nel distinguere uno che recita (es. dico di essere non violento, non uso di fatto violenza, ma profondamente odio il mio vicino di casa) da uno che ha realmente interiorizzato i principi (penso, agisco e sento secondo il mio principio). Chi crede veramente nei principi che adotta non può che crederli veri e giusti, altrimenti non li seguirebbe affatto. Ad ogni modo i principi determinano una condotta (es. sono ecologista, faccio campagna di sensibilità per l'ambiente, non butto rifiuti per terra, anzi faccio volontariato per pulire i boschi). In questo senso una lista di principi definisce noi stessi e il nostro carattere.

Nello studio della razionalità relativa alle azioni Nozick cita il famoso grafico di George Ainslie. Nel grafico troviamo due funzioni. Le quantità di riferimento sono l'utilità per le ordinate (y) e il tempo per le ascisse (x). Le due funzioni si incontrano in un punto, un punto di svolta cruciale. Il soggetto si trova in questa situazione: deve decidere se avere un guadagno a breve termine, ma più basso, oppure un guadagno a lungo termine, ma decisamente più alto. Secondo Nozick questo consiste in un caso di tentazione. La figura è questa sotto:


Nozick divide il grafico in tre periodi (A, B, C). Il tragitto temporale completo è dato dal periodo AC. La parte A non crea problemi, ma quando avviene l'incrocio tra le funzioni, in quel momento il soggetto deve decidere. Si può sostenere, ma su questo Nozick dice che è discutibile, che il soggetto si dia un principio nell'intervallo B, principio che serve per la decisione. Passato l'intervallo B è chiaro che il soggetto scegliere l'alto guadagno nel lungo periodo e non il contrario, ma fino a quel momento esiste la tentazione di scegliere un guadagno a breve termine. Un esempio di Nozick: non fare spuntini tra un pasto e l'altro. Ogni volta che mi trovo tra un pasto e un altro sarò tentato dall'idea di fare lo spuntino, ossia di avere il guadagno a breve termine e soddisfare subito il mio desiderio di cibo. Cedere alla tentazione significa contravvenire al principio. Cedere una volta apre la possibilità per cedere altre e infinite volte, dunque far crollare completamente il principio.

Credo che l'uso delle funzioni per lo studio delle decisioni e delle azioni in filosofia possa essere molto utile. Per questo motivo mi sono cimentato anch'io nel costruire delle funzioni. Le mie funzioni sono due e seguono queste formule: y = x2 - 10; y' = 10 - x2.. Come vedete sono una l'opposto dell'altra. La mia idea è questa: per chi non crede nel bene assoluto, ossia per chi crede che il bene e il male sono relativi, ci saranno beni maggiori di altri e mali maggiori di altri; i beni e i mali possono implicarsi a vicenda, ma in modi diversi; una serie di beni minori possono portare un male maggiore, mentre una serie di mali minori possono portare un bene maggiore. Se qui provvisoriamente intendiamo per bene il piacere e lo indichiamo con numeri naturali positivi e intendiamo per male il dispiacere, indicandolo con numeri naturali negativi, possiamo costruire due funzioni con i seguenti punti:













Queste saranno le due funzioni:

















Le due funzioni sono completamente contrarie. La prima rappresenta il caso in cui a una serie di mali minori a breve termine corrisponde un bene maggiore a lungo termine, la seconda rappresenta il caso in cui a una serie di beni minori a breve termine corrisponde un male maggiore a lungo termine. La prima funzione è tipica del soggetto che si è messo in dieta e nel presente fa molte rinunce per ottenere un grande risultato nel futuro. La seconda funzione è tipica del soggetto che abusa di alcool o di tabacco, che gode di piccoli piaceri momentanei, per poi avere conseguenze più gravi nel lungo periodo. Tutti quei filosofi più relativisti sul bene e il male, come Spinoza o Hume, parlavano di maggiore e minore all'interno del bene e del male. Tuttavia scegliere tra un bene maggiore e un bene minore non è difficile, così come non lo è scegliere tra un male maggiore e un male minore. È più complesso scegliere nei casi misti dove si deve scegliere tra piaceri immediati che causano mali futuri e dispiaceri temporanei che posso portare beni futuri. 

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sabato 20 gennaio 2018

Ontologia orientata all'oggetto: Graham Harman e l'oggetto quadruplo III a





Mentre nella filosofia analitica esplodono i campi di studio dell'ontologia, anche la filosofia continentale non si fa mancare nulla. L'ontologia dei continentali, a differenza di quelle degli analitici, non è specialistica, ma rimane sempre generale, avendo come unico oggetto qualsiasi tipo di oggetto. Difficile è definire l'ontologia orientata all'oggetto, in generale si potrebbe dire che è un'ontologia che ha una prospettiva molto particolare: quella del realismo speculativo. L'ontologia orientata all'oggetto è nata con Levi Bryant, a cui si deve il nome, e Graham Harman. I realisti speculativi si sono accorti che non si può essere realisti se non si ammette la possibilità di conoscere le cose in sé. Quindi il realismo speculativo parte dall'idea che il noumeno è conoscibile, altrimenti non avrebbe senso parlare di oggetti esistenti indipendentemente da soggetti che possono conoscerli. Penso che il miglior modo di spiegare l'ontologia orientata all'oggetto sia quello di presentare le varie forme che ha assunto presso i suoi sostenitori. Quelli che citerò forse sono i più importanti, ma non tutti gli ontologi attualmente esistenti.


a) Gaham Harman: l'oggetto quadruplo


Graham Harman è forse uno dei più importanti filosofi continentali oggi. Purtroppo nessuna delle sue opere, che io sappia, è stata mai tradotta in italiano, molti dei suoi lavori sono in inglese. In un certo senso è uno dei tanti segni che oggi la filosofia continentale viene dall'America, un paese che diverso tempo fa era noto quasi solo per la filosofia analitica. Inoltre Harman è aperto a nuovi spazi nei quali discutere di filosofia, oltre all'accademia, come i blog. Gestisce un blog personalmente, blog che trovate qui. Harman è famoso come lettore di Heidegger, ha scritto alcuni importanti libri su questo filosofo come Heidegger Explained: From Phenomenon to Thing e Tool-Being; Heidegger and the Metaphysics of Objects. Non intendo parlare di questi scritti, al momento, penso sia molto più importante concentrarsi su un altro tema: la teoria dell'oggetto quadruplo. Su questo tema Harman ha scritto un libro che porta il titolo The quadruple object. La nozione di oggetto di Harman è molto amplia, essa comprende entità di vario genere, da ogni parte della realtà, che siano reali o fittizie non importa. Un oggetto in questo senso può essere una sedia, un elettrone, una cellula, ma anche Harry Potter, le baguette volanti, ecc. La tesi di Harman è che l'oggetto ha una struttura quadrupla e che non c'è differenza tra una relazione causale uomo/oggetto e la percezione umana di un oggetto. Come prima mossa Harman intende difendere l'esistenza e l'importanza dell'oggetto all'interno dell'ontologia. Harman individua due movimenti contrari all'ontologia dell'oggetto: c'è chi cerca di ricondurre l'oggetto a qualcosa di più fondamentale (Talete lo aveva fatto con l'acqua, Democrito con l'atomo, ma oggi in fisica c'è chi pensa che i quark siano entità di questo tipo); c'è invece chi traduce l'oggetto dissolvendolo in una impressione soggettiva o un fenomeno (Hume riconosce l'impressione, non l'oggetto, come materia della percezione). La prima posizione è di carattere monista e Harman ne individua differenti tipi: molti pre-socratici, affermando l'esistenza di un solo principio di tutte le cose (acqua, aria, aperion), di fatto erano dei monisti; anche Deleuze e De Landa che affermano l'esistenza di un virtuale continuo che si differenzia in sé stesso, metrizzandosi e generando la realtà attuale, sono chiaramente dei monisti, ma diversi dai pre-soscratici; anche il "pre-individuale" di Simondon viene classificato da Harman come una forma di monismo. Il monismo presenta principalmente il seguente problema: riducendo tutto a entità più semplici diventa difficile spiegare entità complesse nei termini delle entità più semplici (se mi dite "tutto è fatto di quark", poi dovete chiarire come il quark possa spiegare la complessità del corpo di un elefante o magari del pianeta Marte). Nella seconda posizione rientrano questi due orientamenti: correlazionismo; relazionismo. I correlazionisti credono che non si possa pensare nulla di esistente se non in relazione ad un soggetto che lo conosce, per questo motivo se un oggetto è, è perché è già oggetto di una percezione o conoscenza, quanto meno possibile. Questo però significa che se non ci fossero soggetti in questo universo, non esisterebbe nulla. La fisica quantistica, ad esempio, fa dipendere l'esistenza degli oggetti dall'osservatore, ma l'universo si è formato in moltissimi anni, molto prima che ci fossero vita e soggetti in esso. Due esempi di correlazionisti sono Berkley e Kant. Il relazionismo è invece una posizione che Harman attribuisce a Whitehead. Secondo Harman questa posizione sostiene che non esiste nulla che non sia almeno in relazione con qualcosa. A dispetto di tutte queste posizioni Harman intende difendere un'ontologia orienta all'oggetto. Per oggetto prima di tutto Harman intende un'unità con delle qualità. Harman difende la posizione sostanzialista sull'oggetto, ma con delle significative differenze rispetto alla tradizione: allarga il campo di applicazione della nozione di sostanza (anche un gruppo di persone che si tengono per mano in cerchio per Harman è una sostanza); le sostanze non sono enti semplici (non composte da parti); le sostanze non sono indistruttibili; le sostanze non riguardano solo enti reali, ma anche fittizi (anche Harry Potter è una sostanza). Lo schema a quattro attraverso il quale Harman legge l'oggetto è composto di: oggetto sensibile, qualità sensibili, oggetto reale, qualità reali. Harman incomincia con l'analisi dell'oggetto sensibile, partendo da uno studio della posizione di Husserl nella fenomenologia. Husserl non studia l'oggetto come è, indipendentemente dall'esperienza dell'uomo, ma come si dà in quest'ultima. La fenomenologia è la scienza dell'esperienza. L'obbiettivo di Husserl era quello di poter studiare la pura esperienza e il puro dato nell'esperienza come qualcosa di assolutamente evidente. Così Husserl ha messo tra parentesi il mondo naturale, affinché rimanesse solo il dato alla coscienza. Questa messa tra parentesi ha fatto sì che Husserl fosse accusato di idealismo, ma Husserl non è idealista. Tuttavia è vero che la fenomenologia pensa l'oggetto solo in quanto si presenta ad una coscienza e mette tra parentesi l'esistenza stessa delle cose, di modo che noi possiamo avere il noema, ossia quell'elemento comune rispetto all'allucinazione, all'illusione o all'esperienza reale di qualcosa. La fenomenologia non parla delle cose indipendentemente dalla coscienza che le intenziona, ma ci dice cose importanti anche su queste. Quando percepisco un oggetto, ad esempio lo schermo del computer, io vedo una parte dell'oggetto che si offre a me e non tutto l'oggetto, visto che non posso percepirne il retro. Se considero la parte che si offre alla mia coscienza ho il noema, ma la percezione intenziona l'oggetto (schermo del computer) tutto intero, in quanto la percezione è a proposito di quell'oggetto. La percezione è solo un tipo di atto della coscienza, ce sono molti altri:  il giudizio, la credenza, il ricordo o il desiderio. La modalità dell'atto di coscienza Husserl la chiama noesi. Graham Harman usa il termine "oggetto sensibile" per indicare l'oggetto intenzionato dalla coscienza, mentre usa il termine "qualità sensibili", per indicare tutte quelle qualità che si danno a noi dell'oggetto. Posso osservare lo stesso oggetto da più punti di vista, esso non perde mai la sua unità, ma ogni volta vedrò parti diverse e nello stesso tempo non saranno le stesse qualità che diverranno oggetto della percezione. Le qualità possono essere di due tipi: accidentali o eidetiche. Le accidentali non sono essenziali, mentre le eidetiche lo sono. Sottraendo ad un oggetto una qualità accidentale non cambia la sua natura, ma le eidetiche invece riguardano proprio la natura dell'oggetto. Nella percezione si possono riscontrare una serie di strutture, ad esempio il fatto che, dice Husserl, non esiste colore senza estensione. Le strutture nelle cose costituiscono le qualità reali. Harman considera Husserl come un ontologo orientato all'oggetto idealista che analizza principalmente tre componenti degli oggetti:

a) oggetto sensibile (oggetto presente alla coscienza)

b) qualità sensibili (accidentali)

c) qualità reali (eidetiche)

Quello che manca nel modello di Husserl è l'oggetto reale. Secondo Harman è Heidegger l'ontologo  orientato all'oggetto che ha messo al centro della riflessione l'oggetto reale. Heidegger ha scoperto che l'oggetto non si esaurisce negli elementi che si rendono presenti alla coscienza, l'essere dell'oggetto eccede questi ultimi. Questa scoperta in Heidegger avviene soprattutto con il concetto di "utilizzabilità", che è un carattere dell'essere degli oggetti. In quanto un oggetto può essere uno strumento è utilizzabile da qualcuno. Ogni campo di oggetti può presentare gli oggetti come isolati, ma in realtà esiste sempre una rete di relazioni tra gli oggetti (es. con il coltello taglio le carote, il coltello ha questa abilità anche se le carote adesso non le sto effettivamente tagliando). Secondo Harman non c'è differenza di specie tra la percezione dell'uomo del pezzo di carta e il fuoco che entra in contatto con il pezzo di carta e lo brucia. Entrambe sono delle relazioni e possono differire solo per il grado. Mentre l'oggetto sensibile scompare se non è più percepito, l'oggetto reale è assolutamente indipendente rispetto a noi.

Vediamo più da vicino l'analisi degli strumenti di Heidegger:

Heidegger attua la sua analisi nel terzo capitolo di Essere e tempo, capitolo che porta come titolo "la mondità del mondo". L'uomo è in commercio con il mondo, nel senso che l'uomo non contempla semplicemente gli oggetti che ha attorno, ma li usa. Ogni oggetto è un mezzo per qualche cosa, come il martello serve a martellare e quindi a piantare chiodi nella parete. L'essere un mezzo per dell'oggetto lo qualifica come un utilizzabile. Dato che l'essere mezzo per definisce l'oggetto nel suo uso su altri oggetti, allora esiste una fitta rete tra gli oggetti, una rete che non si dà immediatamente alla coscienza. Quando scrivo sullo scrittoio con la penna, compio un'operazione che mette in relazione diversi oggetti. Sono seduto sulla sedia, ho avvicinato la sedia allo scrittoio sul quale ho posato la carta, prendo la penna per scrivere, ma prima mi accendo la lampada perché ci vedo poco. Tutto questo genera una rete di connessioni tra gli oggetti che fa sì che si rimandino a vicenda. La lampada serve per illuminare, il foglio è la superficie su cui scrivo ed è posato sullo scrittoio, mentre la penna è lo strumento che uso per scrivere. La disposizione degli oggetti nello spazio è molto particolare. Heidegger sostiene che non c'è uno spazio vuoto all'interno del quale sono collocati gli oggetti, ma che gli oggetti stessi nelle loro relazioni definiscono uno spazio. A questo punto l'Esserci disallontana gli oggetti, prende la penna in mano, la prende da dove si trovava, appoggiata sullo scaffale accanto alla carta. Ogni cosa ha il suo luogo preciso: è qui o là o laggiù. La spazialità è definita dagli oggetti, dall'essere a destra della sedia, in alto verso il soffitto, dietro di me acconto alla porta. Sono questi caratteri degli oggetti e questo insieme di relazioni che portano Heidegger alla constatazione di oggetti reali e non più solamente sensibili. Infatti Heidegger scrive:

«Il dis-allontanare proprio della quotidianità dell'Esserci secondo la visione ambientale preveggente scopre l'essere-in-sé del "vero mondo", dell'ente presso il quale l'Esserci, in quanto esistente, è già da sempre.» (Heidegger, Martin, Essere e tempo, Longanesi, Milano, 1971, p.135.)
 
Il corellazionismo o nega gli oggetti reali o dice che non si possono conoscere. Secondo Harman l'argomento del correlazionista funziona in questo modo:

1 Non posso pensare l'impensato quando lo penso.
2 Non posso pensare l'impensato quando non lo penso.

3  Non c'è pensiero dell'impensato.

Non posso in nessun modo pensare a qualcosa senza riferirla a me in quanto la penso. Se cerco di cogliere quel che sarebbe la cosa a prescindere da me, allora dovrei pensare l'impensato, ma questo è assurdo, dunque: non posso pensare l'impensato quando lo penso. Ovviamente vale anche il contrario, perché se provo a non pensare a quella cosa che ricade al di là del mio pensiero, non la penso, infatti: non posso pensare l'impensato quando non lo penso. Ne segue che non esiste alcun pensiero della cosa se non in relazione al pensiero, mentre quella che non ne è in relazione rimane sempre impensata e dunque non conoscibile. Secondo Harman si può risolvere il problema del correlazionismo sfruttando Kripke, ossia ammettendo che esistono due significati della parola pensare: rendere presente alla mente qualcosa; puntare a qualcosa che si trova fuori dalla mente. Nella seconda accezione è evidente che la cosa esisteva prima del pensiero e che io la penso proprio in quanto essente là fuori di me.

Un problema simile secondo Harman si ha con le relazioni tra gli oggetti. Ci sono due principali teorie in filosofia sul tema delle relazioni. La prima è l'occasionalismo e la seconda è la teoria empirista. Harman critica entrambe le teorie. La teoria occasionalista afferma che non ci sono due oggetti che entrino in relazione senza che la relazione passi per Dio. Harman attribuisce questa teoria a Malebranche, Spinoza e Whitehead. Non gli serve dir nulla contro la posizione, se non sottolineare le risate di chi la considera ridicola. Al contrario si lamenta che non sia considerata altrettanto ridicola la posizione di Hume, ossia quella empirista. Hume crede che le relazioni siano fondate sull'abitudine, perciò, ne deriva Harman, Hume sostiene che la relazione passa sempre attraverso l'uomo. Secondo Harman gli oggetti sono completamente irriducibili, hanno moltissimi aspetti e difficilmente potremmo conoscerli tutti (pensate a quanti usi si potrebbero fare di una sedia). In questo senso quando due oggetti reali entrano in relazione, secondo Harman, non entrano mai in relazione completamente, ma solo per alcune parti. Quando del fuoco brucia del cotone, esso produce affetti solo su alcune parti dell'oggetto. L'oggetto non è mai riducibile alle sue parti o alle sue qualità. Quando tocchiamo un oggetto, non tocchiamo mai l'oggetto reale, ma quello sensibile e toccheremmo delle parti dell'oggetto sensibile. L'oggetto sensibile è come un ponte per tutte le sue qualità che di volta in volta vediamo quando osserviamo l'oggetto da prospettive diverse. Tuttavia, anche le qualità non le percepiamo isolatamente, ma sempre in riferimento ad una parte dell'oggetto. Il nero è sempre nero della zebra, dell'inchiostro, del martello.

Ho detto che Harman sostiene la natura quadrupla dell'oggetto ed è quello che mano a mano sto cercando di far emergere. Harman riprende la teoria del quadruplo da Heidegger. Cita vari testi, tra cui Das Ding (La Cosa). Lo schema a quattro di Heidegger ha i seguenti poli:

a) Terra

b) Dei

c) Mortali

d) Cielo

Ogni tanto Harman riporta lo schema di Heidegger a queste due coppie di opposti:

a) velato; non-velato

b) uno; molti

L'uno rappresenta l'unità dell'oggetto e i molti la molteplicità delle qualità dell'oggetto. Lo schema dell'oggetto quadruplo di Harman, come ho spiegato fino ad ora, ha questi quattro poli:

a) oggetto sensibile

b) qualità sensibili

c) qualità reali

d) oggetto reale




Ognuno di questi poli intrattiene delle relazioni con gli altri, relazioni che sono definite da tensioni. Harman ne individua sempre quattro:

a) oggetto sensibile - qualità sensibili (tempo)

b) oggetto reale - qualità sensibili (spazio)

c) oggetto reale - qualità reali (essenza)

d) oggetto sensibile - qualità reali (eidos)

Tutte queste tensioni si manifestrano nel rapporto tra l'oggetto e le sue qualità. La grande dualità secondo Harman è tra il reale e il sensibile e non tra la mente e il mondo. La mente umana è un oggetto, così come ci sono molti altri oggetti in questo mondo, non ha nessun ruolo privilegiato, così come non lo ha l'uomo. La percezione umana è una relazione tra molte altre, tra molti altri tipi di relazioni tra cose. Harmann si avvicina dunque al pampsichismo, posizione che sostiene l'esistenza di differenti livelli di psiche negli oggetti e dice che ogni cosa ha la coscienza. Tuttavia Harmann preferisce parlare di polipsichismo, evitando il prefisso "pan", ossia "tutto".

Al termine del testo Harman parla di "ontografia", un campo del sapere di sua invenzione che ha come oggetto lo studio del rapporto tra le quattro parti dell'oggetto. Harman introduce una lettura simpatica dei quattro termini usando le carte (picche, cuori, fiori e quadri). In questo modo si può studiare un oggetto qualsiasi, ad esempio un tavolo, con questo schema:

a) tavolo di picche (oggetto reale)

b) tavolo di cuori (qualità reali)

c) tavolo di fiori (oggetto sensibile)

d) tavolo di quadri (qualità sensibile)




 

Questo è solo un modo di leggere gli oggetti nell'ontologia orientata agli oggetti. È forse uno dei modi più famosi e certamente gli altri ontologi orientati agli oggetti si sono confrontati con questo modello. In generale l'oggetto è pensato nella sua più assoluta indipendenza rispetto al soggetto. Inoltre l'oggetto non viene mai pensato come qualcosa che esiste solo in quanto è in relazione con altri oggetti, ma come qualcosa che possiede un-esistenza che è del tutto indipendente rispetto ad ogni tipo di relazione con altri oggetti.

Nella prossima pubblicazione parlerò di un altro tipo di ontologia orientata all'oggetto che l'ontologia orientata alle macchine di Levi Bryant.  

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